Sunday, September 09, 2007

Senso e denotazione diretta e indiretta in Frege

Dunque, pensando ad un segno, dobbiamo collegare ad esso due cose distinte : oltre a ciò che è designato (la denotazione del segno), anche il senso del segno, ossia il modo con cui l'oggetto designato ci viene dato. La denotazione ad es. di "Punto di incontro di 'r' ed 's' " è identico a quello dell'espressione "punto di incontro di 's' e 't'" come pure "stella del mattino" e "stella della sera".
Si sta parlando di una designazione fungente da nome proprio, che denota un oggetto determinato. Il senso del nome proprio viene afferrato da chiunque conosca sufficientemente la lingua. Per un nome proprio come "Aristotele" le opinioni circa il suo senso possono essere differenti (es. "Lo scolaro di Platone", "Il maestro di Alessandro Magno"). Tali oscillazioni del senso si possono tollerare solo se la denotazione rimane la stessa, anche se bisogna evitarle nella costruzione di una scienza dimostrativa e di una lingua perfetta. In tal modo però la denotazione viene sempre conosciuta parzialmente (attraverso i suoi sinn). Per una sua totale conoscenza, bisognerebbe poter stabilire, dato un qualunque senso, se si addica alla denotazione : ma non arriviamo mai a questo punto.
In genere i rapporti usuali tra segno, senso e denotazione sono : I) Ad un segno corrisponde un senso determinato cui corrisponde una denotazione determinata. II) Invece ad una denotazione corrispondono più sensi e ad un senso più segni; un senso può essere espresso in modi diversi nelle diverse lingue ed anche nella stessa lingua. Ci sono comunque eccezioni alla regola : in un completo sistema di segni ad ogni espressione dovrebbe corrispondere un senso determinato, ma il più delle volte nelle lingue naturali tale condizione non è soddisfatta ed è già tanto, quando la medesima frase ha il medesimo senso nella stesso contesto.
Forse si può ammettere che un'espressione ben costruita che funga da nome proprio, abbia sempre un senso. Ma non è detto che al senso corrisponda sempre una denotazione. "Il corpo celeste più lontano dalla terra" ha un senso, ma forse non una denotazione e sicuramente la denotazione non la ha "La serie meno convergente".
Quando abitualmente si usano parole, ciò di cui si vuole parlare è la loro denotazione (l'oggetto cui si riferiscono). Può capitare che si voglia parlare delle parole stesse o del loro senso ed allora si hanno dei segni di segni: in tal caso si usano le virgolette e la parola racchiusa tra virgolette non può essere assunta nella denotazione abituale.
Quando ci si vuole riferire al senso dell' espressione "A" si può far uso della locuzione "Il senso di 'A' ". Il discorso indiretto si riferisce in genere al senso delle proposizioni. In questo caso le parole non hanno la denotazione ordinaria, ma denotano ciò che è il loro senso. Le parole nel discorso indiretto vengono udate indirettamente ovvero hanno una denotazione indiretta. Distinguiamo la denotazione ordinaria da quella indiretta, il senso ordinario da quello indiretto.
La denotazione indiretta di un termine è il suo senso ordinario (abituale).


Sulla questione del sinn e del bedeutung si può dire invece che da un lato il nome proprio non ha una relazione specifica con la grammatica della lingua nella quale è inserito : a volte i nomi propri sono gli stessi in più lingue, per cui non è chiaro come un parlante lo può riportare al senso nella sua lingua. E' necessario per affrontare questo problema innanzitutto fare delle distinzioni all'interno della categoria dei nomi propri.
In secondo luogo "stella del mattino" e "stella della sera" non sono dei sinn diversi, ma sono diversi sense-data, identificati da una teoria scientifica. Partendo da questa constatazione, scienza e metafisica si rivelano come procedimenti grazie ai quali i sense-data diventano sinn e la denotazione viene proiettata oltre ciò che è osservabile : nella scienza i sense-data diventano cose, mentre nella metafisica le cose vengono innalzate al rango di enti, dotati di una certa qual immutabilità ed eternità.
Frege inoltre sembra dire che, per conoscere compiutamente un oggetto, bisogna passare in rassegna tutti i suoi possibili sinn ed attribuire eventualmente all'oggetto i sinn ad esso appropriati.
A questo punto possiamo elaborare una possibile soluzione circa il problema evidenziato da Frege circa l'identità come relazione tra oggetti o tra segni.
Lo schema è il seguente :
A=A identità di un oggetto con se stesso (principio logico)
A=B due segni stanno per due sensi che si riferiscono alla stessa denotazione (identità stabilita attraverso un'indagine, conoscenza sintetica)
A1 = A2 due oggetti sono indiscernibili, sono identici ma non sono lo stesso oggetto
Si può inoltre parlare di eguaglianza (o equivalenza) quando due oggetti sono identici per un particolare aspetto considerato sostanziale in un contesto teorico dato.E' oggetto di un equazione, di un giudizio, di una valutazione
Si parla invece di identità nel caso ci sia tra due oggetti che sono iso-morfi e cioè hanno la stessa forma o lo stesso aspetto percettivo. Trattasi di una relazione individuata percettivamente.
Si parla infine di "stessità", nel senso dell'identità metafisica, che viene stabilità attraverso un'intuizione mistica o argomentata come variante di un'equivalenza in cui l'aspetto considerato ha una valenza etico-spirituale più che scientifica.
Quanto al problema evidenziato da Frege dei nomi che hanno un senso ma non una denotazione, si può osservare che i sinn sono a loro volta oggetti ad un livello di esistenza diverso di quello degli oggetti cui essi fanno riferimento, per cui un segno che abbia un senso ma non una denotazione, ha come propria denotazione lo stesso sinn. Ad es. "Il cognato di Napoleone" può benissimo non identificarsi con "l'ufficiale napoleonico fucilato dai suoi nemici" ed avere uno statuto ontologico separato e non individualizzabile stabilmente in un nome. Per cui la locuzione ha una denotazione immediata ad un diverso livello ontologico.
Forse si può anche ipotizzare che il mero nominare è come la linea più breve tra un segno ed un oggetto, mentre i sinn sono le altre linee (più elaborate) che possono collegare i due termini.
Quanto infine alle virgolette ed all'uso del discorso indiretto si possono fare le seguenti osservazioni : Se la denotazione del termine virgolettato è il senso del termine non virgolettato, cos'è a sua volta il senso del termine non virgolettato ? Non potrebbe essere che la denotazione del termine virgolettato (metalinguistico) sia il nome (segno) linguistico e il senso sia appunto il senso di "Il nome 'casa' " ad es. ?
Inoltre la denotazione del senso fa del senso un oggetto ? Non ci sarebbe alcun motivo per pensare il contrario e ciò renderebbe ancor più plausibile una teoria neo-meinonghiana dei diversi livelli d'esistenza. Il senso è denotazione indiretta in quanto è un riferimento ai predicato dell'oggetto grazie ai quali in maniera mediata si attinge all'oggetto stesso. Il discorso indiretto denotando il senso presupporrebbe un livello di esistenza in cui il senso possa essere denotato, mentre con la parafrasi (possibile con il discorso indiretto) c'è un processo epistemico in forza del quale presupponendo che diversi sensi abbiano la stessa denotazione ad un livello ontologico dato si possa passare da un senso ad un altro nel tentativo ad es. di ottenere lo scopo pragmatico di un trasferimento di informazioni.

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Tuesday, February 28, 2006

L'ambiguità della rappresentazione in Twardowski

Twardowski tratta poi della rappresentazione e della sua ambiguità: egli afferma che :
  • E' necessario distinguere rappresentazione di un contenuto e rappresentazione di un oggetto. Per meglio farlo bisogna distinguere tra aggettivi attributivi (determinativi) ed aggettivi modificanti.
  • L'aggettivo attributivo amplia e/o specifica il significato di un nome o di un'espressione senza alterarlo però radicalmente (es. uomo buono). L'aggettivo modificante muta completamente il significato originario del nome cui si accompagna (ad es. "uomo morto" non è più uomo, "amico falso" non è più amico)
  • Twardowski precisa che a volte gli aggettivi modificanti sono attributivi e viceversa: ad es. "in "falso amico", "falso" è modificante.
  • Twardowski dice che anche "rappresentato" ha questa sorta di ambiguità: egli fa l'esempio del pittore che dipinge un quadro, ma dipinge anche un paesaggio. La medesima attività del pittore ha due oggetti, ma il risultato di questa attività è uno solo. Il pittore quando ha terminato ha sia un quadro dipinto che un paesaggio dipinto. Il paesaggio non è reale, ma solo dipinto ed il quadro dipinto e il paesaggio dipinto sono una cosa sola. Twardowski conclude che il quadro rappresenta realmente un paesaggio ed è quindi un paesaggio dipinto che è a sua volta un quadro del paesaggio.
  • La parola "dipinto" gioca un doppio ruolo: "dipinto" a proposito del quadro appare una determinazione attributiva, determinazione che specifica che si tratta di dipinto e non di incisione; "dipinto" a proposito del paesaggio appare una determinazione modificante, in quanto il paesaggio dipinto non è reale paesaggio, ma una supeficie dipinta di tela trattata dal pittore
  • Twardowski poi rovescia l'analisi e dice che questo paesaggio dipinto però rappresenta un paesaggio reale. Il paesaggio che il pittore ha dipinto è rappresentato sul quadro ed è stato dipinto dal pittore. Il fatto che è stato dipinto da un pittore, non lo fa cessare di essere un paesaggio.
  • Se si dice "Mi ricordo questo paesaggio : l'ho visto alla mostra d'arte" io parlo del paesaggio reale che è stato dipinto e non del paesaggio dipinto. L'aggiunta "dipinto" alla parola "paesaggio" non modifica il risultato della parola "paesaggio".
  • Twardowski conclude che "dipinto" è un attributo determinante in questo caso, in quanto indica che il paesaggio sta in una relazione determinata rispetto ad un quadro, una relazione che non fa cessare il paesaggio di essere un paesaggio, più di quanto la somiglianza di un uomo con un altro uomo non fa cessare il primo di essere appunto un uomo
  • Twardowski poi dice che ciò che si è detto di "dipinto" vale anche per "rappresentato", che si applica sia al contenuto (paesaggio dipinto) che all'oggetto (paesaggio reale) di una rappresentazione: al rappresentare corrisponde un duplice oggetto, un oggetto ed un contenuto rappresentati.
  • L'oggetto rappresentato (il paesaggio dipinto) è il contenuto della rappresentazione (il quadro dipinto) : in "contenuto rappresentato" l'aggettivo "rappresentato" non modifica l'oggetto
  • Il contenuto rappresentato è ugualmente un contenuto come il quadro dipinto è un quadro. Come un quadro può essere solo dipinto, così un contenuto può essere solo rappresentato. Non c'è neppure un'attività che potrebbe in questo caso sostituire il rappresentare
  • Twardowski poi dice che il contenuto della rappresentazione (il quadro dipinto) e l'oggetto rappresentato (il paesaggio dipinto) sono la stessa cosa. Per l'oggetto "rappresentato" è un'espressione modificante, perchè l'oggetto rappresentato non è più un oggetto, ma il contenuto di una rappresentazione, così come il paesaggio dipinto non è un paesaggio, ma un quadro
  • Anche nel caso della rappresentazione ad un certo punto Twardowski rovescia la prospettiva e dice che comunque il contenuto della rappresentazione si riferisce a qualcosa che non è un contenuto della rappresentazione, ma ne è l'oggetto e tale oggetto si può definire anche come rappresentato senza modificarne radicalmente il significato : "L'oggetto è rappresentato" vuol dire che un oggetto è entrato in un rapporto determinato con un essere capace di avere rappresentazioni
  • Il fatto che un oggetto è rappresentato può voler dire o che si tratti davvero di un oggetto (il quale nel mezzo di tante altre relazioni può entrare in rapporto anche con un soggetto di conoscenza) o che l'oggetto rappresentato è l'opposto di un oggetto vero e proprio, un contenuto di rappresentazione, qualcosa di assolutamente diverso da un oggetto reale
  • Nel primo senso l'oggetto rappresentato può essere affermato o negato attraverso un giudizio (senza virgolette) e ciò in quanto per poter essere affermato o negato un oggetto va rappresentato. Peraltro l'oggetto affermato o negato è sempre un oggetto nel secondo senso cioè un contenuto di rappresentazione (con le virgolette) . Un oggetto nel primo senso non è ciò che è affermato o negato e non lo si ha in mente quando si dice che un oggetto esiste o non esiste. In questo caso infatti l'oggetto rappresentato è il contenuto della rappresentazione.
  • Twardowski poi nota che alcuni logici della sua epoca (come Sigwart e Drobisch) confondono i due sensi del termine "rappresentato": Drobisch infatti dice da un lato che l'attività del pensiero, in quanto considera solo il rappresentato e prescinde dalle condizioni soggettive del rappresentare, forma dei concetti (rappresentato inteso come contenuto), da un altro lato invece dice che la designazione linguistica del concetto è il nome (che viene considerato come designazione della cosa) ma ciò che nel concetto è rappresentato è la cosa nella misura in cui è venuta a conoscenza
  • Twardowski poi però acutamente precisa che l'approccio giusto è dire che il nome significa il concetto, ma che proprio per questo designa la cosa
  • Contnuando l'analogia con il dipinto Twardowski dice poi che, come il pittore, rappresentando un paesaggio, dipinge un quadro (per cui il paesaggio è l'oggetto primario, mentre il quadro l'oggetto secondario) così chi si rappresenta un cavallo, si rappresenta un contenuto che si riferisce al cavallo.
  • Il cavallo reale è l'oggetto primario del rappresentare, il contenuto, per mezzo del quale l'oggetto è rappresentato, è l'oggetto secondario dell'attività di rappresentazione. Twardowski a tal proposito cita Zimmermann per il quale il contenuto è pensato nella rappresentazione, mentre l'oggetto è rappresentato per mezzo del contenuto di rappresentazione: ciò che è rappresentato in una rappresentazione è il contenuto, mentre ciò che è rappresentato per mezzo di una rappresentazione è il suo oggetto
  • Twardowski dice poi che se il destare un contenuto di rappresentazione è il mezzo attraverso cui il nome designa un oggetto così lo stesso contenuto di rappresentazione è il mezzo attraverso cui l'atto di rappresentazione rappresenta un oggetto. Twardowski a tal proposito critica al distinzione operata da Kerry tra "il rappresentato come tale" ed il rappresentato puro e semplice. Twardowski infatti dice che in genere la locuzione "come" viene premessa ad un'ulteriore determinazione, ma se l'aggiunta connessa al nome (in questo caso "tale") risulta essa stessa ambigua, allora l'equivocità non è eliminata.
  • Qualcosa può essere considerato come "qualcosa di rappresentato" in un duplice senso o in quanto è oggetto o in quanto contenuto di un atto di rappresentazione : nel caso in cui "rappresentato" = oggetto rappresentato, allora in "rappresentato come tale", "come tale" è una determinazione attraverso la quale ci si riferisce ad una relazione tra oggetto e soggetto conoscitivo. Nel caso in cui invece "rappresentato" = contenuto della rappresentazione, allora, in "rappresentato come tale", "come tale" opera una modificazione in quanto il rappresentato non è l'oggetto, ma il contenuto.
  • Twardowski conclude che la miglior definizione è quella di Zimmermann per cui il contenuto è rappresentato nella rappresentazione, mentre l'oggetto è rappresentato per mezzo della rappresentazione.

Su questa tematica si possono svolgere le seguenti osservazioni:

  1. Il cosiddetto aggettivo modificante è in realtà un attributo relativo al grado di realtà del soggetto logico o che in maniera surrettizia contraddicono il termine a cui si attribuiscono (così come in maniera inversa "un corpo è esteso" è secondo Kant una proposizione analitica apriori). Il filosofo della religione I.T. Ramsey parla di attributi che massacrano i soggetti a cui aderiscono. La dialettica forse usa anche attributi del genere.
  2. In genere quanto più la classe cui si riferisce il soggetto è ampia, minore è la possibilità che l'attributo sia modificante : ad es. "uomo falso" può essere attributivo così come "uomo di parte", mentre "giudice di parte" è modificante ("uomo" è una classe più comprensiva di "giudice")
  3. Si deve dire che un pittore rappresenta un paesaggio dipingendo un quadro (" dipingere un paesaggio" è un'errore di grammatica logica)
  4. Si può dire che non è che la medesima attività abbia due oggetti (quadro e paesaggio) dal m omento che ci sarebbe un'attività spirituale (descrivere un paesaggio) e un'attività materiale (modificare una tela) collegate tra loro. L'attività spirituale ha un grado più generale, mentre dipingere è già una concretizzazione specifica di tale attività spirituale (l'intuire e l'esprimere di Croce)
  5. Si potrebbe anche dire che in un atto solo si coinvolgono due oggetti unendoli tra loro: si modifica la tela rappresentando il paesaggio. Prima ci sono la tela ed il paesaggio separati, poi c'è una tela dipinta che rappresenta il paesaggio.
  6. Un quadro di un paesaggio è una tela dipinta che rappresenta un paesaggio
  7. In "Quadro di un paesaggio", "paesaggio" specifica il contenuto di un quadro.
  8. Perchè si dice che un paesaggio non è reale, ma solo dipinto ? Twardowski fa un'interpretazione platonica: la tela non è realmente trasformata, l'operazione non aggiunge niente alla tela; essa è solo una degenerazione ed uno sfocarsi, un indebolirsi del suo oggetto : il paesaggio è ridotto a mero quadro. ma questo implica il rimuovere la portata ontologica dell'arte e della prassi
  9. "Dipingere" può avere due significati distinti, ma tale equivocità rispecchia la complessità dell'atto rappresentativo
  10. "Dipinto" non è attributivo, ma modificante anche nel caso della tela, dal momento che la tela non è più tale ma è un paesaggio dipinto. Un dipinto non è più tela, nè paesaggio, ma un'altra cosa
  11. Il paesaggio dipinto non è vero paesaggio se lo si guarda ad un certo livello analitico (dove si possono vedere le pennellate), ma ad un livello più alto (ad uno sguardo d'insieme) perchè non si può configurare come vero paesaggio? Del resto il paesaggio non è uno scorcio, una prospettiva, già di per sè un incontro tra soggetto ed oggetto? Il paesaggio in sè non è già una rappresentazione ? E così anche la Fornarina realmente vista da Raffaello ?
  12. La proposizione "Questo paesaggio lo conosco: l'ho visto alla mostra d'arte." equivale a dire "Questo paesaggio lo conosco: me lo ha ben descritto Giovanni". Per cui il dipinto è linguaggio (raffigurazione logica) e guardare un dipinto è knowledge by description.
  13. In questo caso "paesaggio dipinto" si riferisce a quel che il dipinto ci descrive del paesaggio, ma non a quello che il dipinto non descrive e/o non può descrivere. Un dipinto ci dà alcune informazioni, ma in esso non possiamo muoverci (questo è già possibile in una rappresentazione virtuale), per cui la realtà di una rappresentazione è funzione di ciò che con la rappresentazione possiamo e vogliamo fare (ci sono rappresentazioni che sono considerate a basso livello di "realtà" perchè sono usate al di sotto delle loro possibilità : ad es. "Dio" non ha grande rilevanza per chi non è abituato a pregare). Così una rappresentazione per essere intersoggettiva (comunicazione) deve passare per un veicolo segnico evidentemente materiale.
  14. Considerare il contenuto un che di unicamente psichico trascura il ruolo del noema (il meaning), il fatto che lo psichico è semplicemente un livello di apparizione di qualcos'altro. Mentre nel dipinto la tela è comunque una cosa reale utilizzata per rappresentare, il contenuto non si sa se sia qualcosa di psichico usato per designare un oggetto o sia a sua volta un oggetto reale somigliante ad un altro ed usato per designarlo. Nel contenuto non è distinguibile la tela da cui partiamo per rappresentare
  15. "Dipingere" può voler dire fare delle operazioni su un oggetto (una tela), mentre "rappresentare" è un che di spirituale (semiotico) che mette in rapporto due termini immediatamente, per cui il contenuto rappresentato non è come la tela dipinta. Twardowski passa dal quadro inteso come tela arbitrariamente al quadro inteso come dipinto, ma questo non è possibile sostituendo a "quadro" il "contenuto", perchè è problematico pensare al contenuto in termini materiali.
  16. Non c'è un'attività che potrebbe sostituire il rappresentare (così come possiamo sostituire il "dipingere" con l' "incidere") in quanto il rappresentare è un termine più generale che si riferisce all'intero spettro di attività che svolgono quella funzione. Il rappresentare è una funzione mentre il dipingere è un'azione concreta attraverso la quale si svolge la funzione suddetta
  17. Twardowski presuppone una differenza tra contenuto ed oggetto analoga a quella tra quadro e paesaggio. ma nel caso di un noema tale differenza non è poi così radicale. Così dire che un oggetto rappresentato non è un oggetto è forse più forzato che dire che un paesaggio dipinto non sia un paesaggio. Anzi mentre forse si può dire "quadro (tela) dipinto" e più impropriamente "paesaggio dipinto", così è più proprio parlare di oggetto rappresentato (che è un oggetto) che di contenuto rappresentato, giacchè è più difficile separare il contenuto dalla sua rappresentazione.
  18. Husserl diceva che i fenomeni appaiono e sono l'apparire di se stessi, anche se con le gerarchie dei linguaggi si possono considerare anche i contenuti come oggetti e generare rappresentazioni di questi ultimi, ma con la condizione che in questi casi la distinzione è sottile e difficile e bisogna perciò spesso ancorare la referenza a qualcosa di attinto non col pensiero, ma con la percezione (l'esistenza che è data)
  19. Quando si dice che la rappresentazione è un rapporto determinato tra l'oggetto ed il soggetto conoscente, si interpreta naturalisticamente e non fenomenologicamente la rappresentazione e nel caso dei noemi bisogna fare un modello metafisico del rapporto tra noemi ( interpretati ad es. come idee platoniche) e soggetto conoscente. Frege avrebbe parlato più coerentemente di sinn e bedeutung, ma il problema è l'interpretazione psicologista del sinn e del contenuto.

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Saturday, February 04, 2006

Bernard Bolzano, le rappresentazioni e le proposizioni

Il presupposto di Bolzano è che l'imperitura opera di Euclide possa essere ulteriormente migliorata.
Egli giudica "proposizioni in sè" il senso degli enunciati e non gli enunciati stessi (che sono il momento pragmatico, mentre le proposizioni in sè sono il momento semantico)
Per Bolzano inoltre le "rappresentazioni in sè" sono i concetti che formano le "proposizioni in sè": tali concetti hanno una dimensione oggettiva che trascende il pensiero umano (platonismo di Bolzano) anche se non hanno realtà (essi sono ideali)
Bolzano aggiunge che se penso ad una montagna d'oro, la rappresentazione "montagna d'oro" è reale in quanto rappresentazione mentale soggettiva, ma la rappresentazione in sè (oggettiva), che sta a fondamento di questa rappresentazione soggettiva, non può essere alcunchè di esistente e non perchè non ci siano montagne d'oro, ma perchè altrimenti anche le proposizioni in sè (di cui le rappresentazioni in sè fanno parte) sarebbero qualcosa di esistente.

Una distinzione tra proposizioni e rappresentazioni è che le proposizioni possono essere vere o false, mentre le rappresentazioni non possono essere nè vere nè false. Se sembra che certe rappresentazioni (tipo "quadrilatero rotondo") possano dirsi false, è perchè si presuppone che qualcuno asserisca la proposizione "C'è un quadrilatero rotondo"

Le considerazioni che vale la pena di fare su queste tesi di Bolzano sono le seguenti:
  1. Bolzano dà una definizione ristretta di "realtà" ed "esistenza"
  2. Cosa impedisce alle proposizioni in sè di essere qualcosa di esistente?
  3. Whitehead teorizza con la distinzione tra oggetti eterni ed eventi proprio l'esistenza ideale degli oggetti eterni che compongono eventi che possono essere reali, ma che possono anche non esserlo. Perchè ciò che Whitehead teorizza esplicitamente deve essere impossibile? Perchè rappresentazioni in sè esistenti debbono comporre necessariamente proposizioni in sè esistenti?
  4. La rappresentazione "quadrilatero rotondo" non presuppone la proposizione "Esiste un quadrilatero rotondo" ?
  5. La proposizione "Esiste un quadrilatero rotondo" può significare " L'oggetto 'quadrilatero rotondo' già esistente al livello noematico immanente della sua enunciazione, può anche essere individuato almeno ad un livello successivamente inferiore a quello della sua enunciazione (livello più concreto e materiale) "

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