Sunday, August 05, 2007

Concetto e rappresentazione in Frege

G.Frege nel saggio "Concetto e rappresentazione"(1891) critica il fatto che spesso si confondano appunto il concetto, caratterizzato da una validità ed un carattere oggettivo e la rappresentazione, che invece ha come caratteristica prima la soggettività.
Frege dice che :

Il concetto è un tema ed uno strumento della logica. Non è necessario che risulti privo di contraddizioni. L'importante è che sia ben delimitato. Infatti, ciò che non rivela una precisa delimitazione non è riconoscibile in logica come concetto.
Lo scopo che in qualunque scienza deve guidarci alla formazione di una sua lingua tecnica è di riuscire ad enunciare le leggi di tale scienza nella forma più semplice possibile e pure assolutamente esatta.
Per il concetto logico rigorosamente inteso non esiste alcuno sviluppo, alcuna storia. Più che di"evoluzione storica di un concetto" si deve parlare di "storia della comprensione di un concetto". Il concetto infatti è qualcosa di oggettivo che non viene costruito per opera nostra, ma è qualcosa che noi possiamo solo cercare di afferrare.
La proposizione "Il numero 3 cade sotto il concetto di numero primo" costituisce una verità oggettiva indipendente dalla rappresentazione che noi ci facciamo di essa, dal nostro stato psicologico, dal fatto che esisteranno o meno esseri coscienti che riconosceranno tale verità.

Una contraddizione insita in un concetto non costituisce affatto un motivo per il suo sviluppo : il concetto "disuguale da se stesso" contiene una contraddizione e ciò malgrado non muta, ma rimane quel che è. E' un concetto logico la cui delimitazione è precisa e può essere usato per la definizione del numero "zero".
Anche nel caso del movimento non sono contraddizioni insite nel suo concetto quelle che ci spingono a trasformarlo. Certamente si rivelarono in esso contraddizioni, ma non perchè nella definizione di movimento risultino riunite caratteristiche che si contraddicono a vicenda, bensì perchè si è considerato come concetto qualcosa che non lo è, mancando di precisa delimitazione. Furono le contraddizioni a spingere la ricerca; ma non contraddizioni insite nel concetto, perchè queste portano sempre una delimitazione precisa (nulla può cadere sotto un concetto contraddittorio) . Ciò che spinge la ricerca è il percepire che vi è una delimitazione confusa.
Così anche nel caso del movimento, tutti gli sforzi furono diretti a cercare una delimitazione precisa del suo concetto. Essi risultarono vani, perchè non esiste demarcazione in quella direzione e se ne è quindi scoperta un'altra non tra moto e quiete, ma tra moto inerziale e quiete inerziale.
Il termine rappresentazione va invece attribuito alla psicologia. Non si può parlare di una rappresentazione senza specificare chi ne sia il portatore, giacchè la rappresentazione di un soggetto è sempre diversa da quella di un altro.


Le tesi di Frege sono interessanti e colgono aspetti nodali del pensiero.
Esse hanno a che fare con i rapporti tra platonismo ed hegelismo : quali sono i rapporti tra le idee ? C'è un movimento ? C'è uno sviluppo ? Qual è il rapporto tra Idea e Concetto ? Tra in-sè e per-sè ?
Ma c'è un rapporto anche con la tematica sviluppata da Putnam e Kripke su i designatori rigidi (si veda la questione di "oro" o di "H2O"). Riguardo a questa questione si può ipotizzare che c'è un nome a cui possono corrispondere diversi sensi, ma questi sensi sono ben delimitati e sono relazionati ed inviluppati gli uni negli altri grazie al fatto che cadono sotto lo stesso nome.
Le tesi di Frege sono una critica indiretta all'hegelismo : mentre per Hegel il logico non ha un rapporto meramente estrinseco con lo storico (e dunque con l'empirico, l'estetico e lo psichico) , per Frege bisogna distinguere nettamente i due ambiti. Frege è a buon titolo un platonista : il concetto contraddittorio è pur sempre un concetto definito. E come tale non può cambiare, nè deve farlo.
Per l'hegelismo invece il concetto contraddittorio, in quanto tale genera il cambiamento. E' difficile dire chi dei due indirizzi valorizzi più la contraddizione.
L'hegelismo ne fa qualcosa di fecondo ma proprio per il fatto che non può reggersi su se stessa. Frege fa l'esatto opposto. Il suo approccio per certi versi sembra più rispettoso per la contraddizione in sè considerata. Tuttavia l'esempio che egli fa dello zero come "diseguale da se stesso" è alla base di uno sviluppo che porta poi all'uno ed alla serie numerica, per cui la posizione hegeliana mantiene un suo fascino ed una sua plausibilità. Frege pensa alla distinzione tra i singoli fotogrammi di una pellicola, l'hegelismo allo scorrere della pellicola stessa, che mette in un continuum temporale i singoli fotogrammi. Un problema per Frege è come si concilia la sua posizione con il fatto che vi sono concetti non immediatamente contraddittori, concetti che possono avere una contraddizione tra le loro note caratteristiche e dunque non immediatamente evidenti

A mio parere, c'è un livello ontologico ideale dove le idee sono tutte distinte tra loro ed immutabili e dove anche la contraddizione ha una sua consistenza propria. C'è poi un livello storico-epistemico dove le idee si trasformano reciprocamente e dove le contraddizioni fanno da motore del divenire. Tale secondo livello è solo fenomenologico e conoscitivo, dal momento che anche le relazioni tra concetti sono date ab aeterno. Tuttavia la verità dell'approccio storico è che esso ci impedisce di considerare dato una volta e per tutte (in un istante interno alla dimensione temporale)il contenuto di un concetto. Per cui l'evoluzione della nostra conoscenza di un concetto non ha in linea di principio nessun termine, per cui lo stesso concetto è inattingibile in maniera completa al soggetto conoscente.
Perciò è problematica anche l'esatta delimitazione del concetto, processo che può appunto essere infinito, che ha a che fare con la questione delle antinomie e del carattere a volte occulto delle contraddizioni in un sistema.
Insomma, c'è armonia tra carattere oggettivo ed extramentale del concetto e la sua delimitazione ? O l'oggettività (la realtà) ha a che fare con la vaghezza ?

Inoltre per quanto riguarda la lingua tecnica di una scienza, Frege trascura il fatto che oltre a semplicità ed esattezza, esiste un'altra variabile trascurata ed è la comprensibilità, la traducibilità che a prima vista sembra andare nella direzione opposta a quella delle prime due variabili considerate. Ma è un problema che va affrontato.

Quanto alla questione della rappresentazione, Frege ha ragione a difendere l'oggettività di "Il numero 3 cade sotto il concetto di numero primo", ma la domanda se a tale concetto corrispondano rappresentazioni analoghe anche in altri soggetti mantiene la sua importanza anche dal punto di vista puramente cognitivo.
Anche l'attribuzione esclusiva della rappresentazione al campo psicologico è un estremo. Che ne è allora dell'aspetto geometrico rappresentativo della matematica (non ci si riferisce alla disciplina analiticamente intesa, ma alla modalità di espressione di un certo sapere che sino alla geometria analitica coincideva in buona parte con la disciplina stessa)? Che ne è della rappresentazione geometrica del numero ? Che ne è del modello, concetto così importante per la matematica e le sue applicazioni ? Il modello è un concetto o una rappresentazione ? E quale rapporto ci può essere tra concetto e rappresentazione se i due livelli, i due piani sono così distinti ?
Frege dice che intendiamo per "rappresentazione" un'immagine interna. Ma cosa vuol dire "interno" ? Anche Frege (nel voler rendere soggettiva la rappresentazione) cade nel tranello dell'"interiorità". questa chimera dall'intenzione spirituale, ma dai presupposti rigidamente materialistici (in tal senso la fenomenologia, con la sua epochè, con il suo sguardo sulle datità, può essere un antidoto efficace)
Comunque sulla rappresentazione Frege dice cose interessanti : la prima che nella rappresentazione è essenziale chi la possegga, tesi discutibile, ma che anticipa profeticamente il rientro del soggetto anche nella filosofia analitica. La seconda che non si può parlare di rappresentazione senza riferirla a qualcosa (rappresentazione di...) : questa è un'ammissione circa il carattere intenzionale di molti oggetti del pensiero e di molte operazioni della mente.

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Friday, April 27, 2007

Apprensione, presentazione e giudizio in Meinong

Meinong dice che :
  • Agli oggetti non è necessario essere appresi, ma poter-essere-appresi. Dunque la teoria dell'apprensione è un completamento della teoria dell'oggetto dove l'oggetto è logicamente primo, mentre l'apprensione è un dato ultimo e indefinibile.
  • L'essere antecedente dell'oggetto rispetto all'apprensione non deve risiedere necessariamente nell'esistenza o nella sussistenza, perchè a ciò basta l'extra-essere.
  • L'apprensione consta di un pre-vissuto mediante il quale l'oggetto viene presentato al pensiero (rappresentazione?) e di un vissuto principale in virtù del quale l'oggetto viene inteso (giudizio?) .
  • Anche il giudizio si comporta in maniera "presentante" rispetto ad un obiettivo, tanto quanto il rappresentare è rivolto verso l'obietto.
  • Per precisare il concetto di presentazione ci si deve servire della distinzione tra contenuto ed atto rispetto alla rappresentazione. Contenuto della rappresentazione è quel pezzo di vissuto attribuito all'oggetto e che fa della rappresentazione la rappresentazione di quell'oggetto e nessun altro. Tale contenuto psicologico non va confuso nè col contenuto logico nè con l'oggetto correlato.
  • L'atto della rappresentazione è variabile rispetto al contenuto ed all'oggetto della rappresentazione così come questi sono variabili rispetto a quella. La presentazione della rappresentazione, mancando l'intendimento (o giudizio) è un'apprensione incompiuta da un certo punto di vista, ma è in realtà è l'apprensione vera e propria, mentre l'apprensione dell'obiettivo con l'ausilio del giudizio che lo presenta secondo il contenuto e lo intende secondo l'atto, è un'apprensione compiuta ma impropria.
  • Per percepire vissuti interni attuali, non è necessario rappresentare questi vissuti, fungendo questi da quasi contenuti autopresentantesi. Mentre l'autopresentazione è una presentazione totale, l'eteropresentazione che esibisce l'oggetto solo con l'aiuto del contenuto, va designata come presentazione parziale.
  • In circostanze particolari anche sentimenti e desideri si mostrano come presentanti parziali e manifestano contenuti peculiari a cui, come oggetti, si correlano i dignitativi e i desiderativi. Dunque c'è anche una presentazione emozionale e di conseguenza ciò che, tra i vissuti, è atto a fungere da presentante parziale, può essere definito come contenuto psicologico
  • "La rappresentazione ha un oggetto" vuol dire che il vissuto offre, in virtù del suo contenuto presentante, la possibilità di apprendere l'oggetto corrispondente qualora vi si aggiunga il vissuto attivo (il giudizio) appropriato. In tal caso non solo si rappresenta, ma si conosce qualcosa con la rappresentazione.
  • Tuttavia c'è un intendere l'essere (giudizio sull'essere) e un intendere dell'esser-così. Poichè però l'intendere dell'esser-così può essere incompiuto come rappresentazione, c'è bisogno de " l'intendere dell'essere di un inteso dell'esser-così " così come si apprende la cosa attraverso le sue proprietà e l'oggetto finale attraverso un oggetto ausiliario.
  • Poichè ogni oggetto completo ha infinite determinazioni, il contenuto presentante , che va posto a fondamento dell'intendere, rinvia come oggetto prossimo solo ad un oggetto incompleto (la classe ? la funzione ? ) . In condizioni favorevoli un simile intendere coglie anche oggetti completi : ad es. se penso "qualcosa di sferico" allora questo intendere dell'esser-così concerne contemporaneamente la Terra.
  • Di conseguenza l'intero ambito di ciò che è colto degli oggetti completi, può essere incluso (come estensione) nell'intendere, ma anche in tal caso, quando si intende "tutte le sfere" non si può pensare (almeno non espressamente e propriamente) alla Terra. Tuttavia si può parlaredi un intendere implicito e contrapporlo all'intendere esplicito.
  • Il fatto che nessuno dei vissuti dell'intendere sia privo di un oggetto, si deve sia al fatto che l'intendere in quanto tale non pretende nulla dalla natura modale dell'obiettivo, sia la fatto che ciò a cui si pensa può benissimo essere extra-essere.

A queste tesi di Meinong si può osservare che:

  1. La teoria dell'apprensione come dato ultimo e indefinibile si può accostare a quella (di matrice hegeliana) per cui la conoscenza è un'ulteriorità che alla fine esce fuori dal teoretico ?
  2. Meinong vuole dire che ogni atto intenzionale rappresenta e giudica al tempo stesso ? Che "x" parla di x (giudica) , ma presenta se stesso (rappresenta) ? Si accenna qui alla inevitabile infinità delle gerarchie dei linguaggi ? Alla semiosi infinita ?
  3. Meinong come Bergson vede nei fenomeni psichici le cose in sè autopresentantisi (autoreferentisi) che sono oggetto di intuizione secondo Bergson, mentre gli oggetti esterni sono attingibili in maniera mediata. In realtà l'autoreferenzialità dello psichico è solo la forma della semiosi infinita, della prassi del pensiero nel circolo della soggettività (dunque una forma di arbitrio)
  4. Meinong ripropone Kant quando dice che l'intuizione cieca è l'intuizione vera e propria, mentre la conoscenza nedia l'oggetto nella rappresentazione che si ha di esso e dunque non è immediata, non ha l'immediatezza.
  5. Meinong parla giustamente anche di presentazione emozionale, di atti intenzionali (come sentimenti e desideri) che sono pure momenti di conoscenza (atti cognitivi)
  6. La rappresentazione indica il that, il giudizio il what.
  7. Meinong incorre in un paradosso : quello del giudizio dell'essere che dovrebbe essere già implicito nella presentazione del contenuto. In realtà il giudizio dell'essere è giudizio sul grado d'essere e dunque giudizio sull'esser-così.
  8. L'incomprensione dell'Essere come fondamento transcategoriale porta poi alla correzione infinita che mette in funzione la gerarchia dei meta-linguaggi (quello che Meinong chiama "l'intendere dell'essere di un inteso dell'esser-così" )
  9. L'intendere dell'esser-così concerne anche oggetti completi, ma in maniera incompleta, giacchè la classe individuata da "qualcosa di sferico" coglie solo una proprietà dell'oggetto individuale "Terra" e cioè "l'essere sferico".
  10. Si può parlare di intendere indiretto o di riferimento che però non è conoscenza ("A è rosso" non implica la conoscenza esaustiva di A). Un denken che non è un bestimmen. Presupponendo che l'oggetto, essendo in sè, è sempre completo, il riferimento (o denken) ha come contenuto un concetto incompleto che si può approssimare all'oggetto in una progressiva ed infinita determinazione. L'intendere implicito di Meinong è pur sempre l'intuizione che prepara il campo al pensiero.
  11. Meinong poi ribadisce la tesi sul fatto che la conoscenza (intesa come predicazione) non ha niente a che fare con l'esistenza fattuale dell'oggetto.

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Monday, February 26, 2007

Meinong e la rappresentazione di oggetti nel tempo

Meinong tratta poi la rappresentazione di oggetti nel tempo. Egli dice:
  • Ci sono casi in cui il superius assume la posizione preminente (si trova cioè al centro dell'attenzione oppure all'interno della sfera del giudizio) . Essi sono quelli dove gli inferiora temporalmente separati formano tuttavia una melodia (superius) la cui rappresentazione implica la contemporanea rappresentazione di tutte le note che la compongono.
  • Ci sono inferiora la cui successione nel tempo ha del fortuito ed inferiora per i quali la successione nel tempo è in qualche modo pertinente alla natura della cosa. C'è un tempo interno ed un tempo esterno della rappresentazione. Bisogna inoltre distinguere tra tempo dell'atto, tempo del contenuto e tempo dell'oggetto della rappresentazione, stante il fatto che seppure rappresento in un determinato tempo, non per questo devo rappresentare quel che rappresento nella stessa determinazione temporale. C'è anche un tempo dello pseudo-oggetto, ovvero un tempo in cui l'oggetto della rappresentazione pseudo-esiste. Tempo dell'atto e tempo del contenuto sono inevitabilmente coincidenti nel tempo della rappresentazione. Si riduce al tempo del contenuto anche il tempo dello pseudo-oggetto e cioè il tempo in cui il rappresentato esiste nella rappresentazione e cioè pseudo-esiste.
  • La distinzione tra tempo dell'atto e tempo dell'oggetto si evidenzia nel momento in cui ricordiamo (rappresentiamo cioè un oggetto passato). Vanno distinti anche oggetti trattuali (la cui natura richiede un tratto di tempo per svilupparsi) ed oggetti puntuali (che sembrano concentrati in un singolo punto del tempo) , ma che in realtà si trova in una sezione temporale trasversale.
  • Va operata la distinzione tra oggetti temporalmente distribuiti (o ripartiti nel tempo) ed oggetti temporalmente indistribuiti. La rappresentazione di un oggetto distribuito può e/o deve essere essa stessa un oggetto temporalmente distribuito ? Se deve essere rappresentato un oggetto temporalmente distribuito, può o deve corrispondere alla successione dell'oggetto una successione del contenuto ? A tale domanda c'è una risposta positiva ingenua per cui , quando ad es. si rappresenta un movimento lo si segue con lo sguardo e secondo i luoghi che il mobile occupa in momenti diversi, l'osservatore otterrà approssimativamente negli stessi tempi sensazioni diverse. Dunque col tempo dell'oggetto procederebbe del tutto parallelamente il tempo del contenuto che sembra escluso si possa concentrare in un punto. Ma se si associa ad ogni frazione di evento la corrispondente rappresentazione non si riesce poi a sintetizzare le diverse rappresentazioni segmentate in una macro-rappresentazione per cui non puoi dire che i tratti complessivi siano rappresentati nel tempo corrispettivo.
  • Ci sono poi casi in cui ad es, comunque la sfera percorre un pezzo della sua via dopo l'altro oppure in cui un libro si legge per intero anche quando se ne sia letta una pagina dopo l'altra. Perchè in questi casi la difficoltà non si fa valere ? La risposta sarebbe che si riunisce spesso sotto il nome di un solo oggetto ("libro") quello che in verità non è che un collettivo di oggetti (pagine), che, se sono temporalmente divisi (la progressiva lettura), nulla impedisce che si dia anche un'apprensione successiva di questi singoli oggetti e dunque un'apprensione successiva di un oggetto unico per convenzione. Se si trattasse di un oggetto realmente unitario con parti successive, in tal caso un rappresentare successivo rappresenterebbe le parti, ma non il tutto. In generale gli oggetti distribuiti nel tempo di ordine superiore possono essere rappresentati solo per mezzi di contenuti indistribuiti nel tempo. Gli inferiora debbono essere dato alla rappresentazione simultaneamente sebbene non come contemporanei.
  • C'è chi pur riconoscendo come insufficiente la mera successione delle rappresentazioni degli inferiora, non accetta la tesi della rappresentazione simultanea e parla di coincidenza di rappresentazioni di inferiora. Tuttavi il superius è più che il collettivo obiettivo degli inferiora ed inoltre far intervenire innaturalmente la percezione interna per rappresentare una melodia differirebbe solo il problema giacchè si dovrebbe stabilire il modo in cui si dovrebbe assumere la relazione tra i membri succedentisi da parte della percezione interna (se mediante un mero rappresentare successivo delle due rappresentazioni o in altra maniera).simultaneità,
  • C'è poi la tesi per cui se ad una rappresentazione percettiva dell'oggetto A segue una dell'oggetto B, il soggetto può essere modificato dalla rappresentazione di A e tale modifica si fa valere nell'oggetto B mediante un aggiunta oggettuale. Rappresentare un superius distribuito, secondo questa tesi, consisterebbe nel rapprsentare quest'oggetto aggiuntivo che compare alla fine della successione, oppure nel rappresentare prima gli inferiora e poi quell'aggiunta all'incirca contemporanea all'ultimo inferius. In realtà è impossibile rappresentare un superius se i suoi inferiora non vengono rappresentati.
  • La distinzione in questo caso tra tempo dell'atto e tempo del contenuto non è proponibile : sarebbe infatti assurdo attribuire ad una rappresentazione che esiste un contenuto che non esiste. Infine superius temporalmente distribuiti non sono rappresentabili in maniera distribuita in quanto il superius è più del collettivo degli inferiora e contemporaneamente non può essere rappresentato senza che lo siano gli inferiora.
  • La rappresentazione intuitiva di un intero (es. una melodia) presuppone la percezione dei suoi momenti (le note) nella giusta successione. La simultaneità ottenuta non va pensata come se alla fine tutte le note della melodia risuonassero insieme. Nè ci si può rappresentare un cambiamento di colori come un miscuglio di colori o il movimento nello spazio come il trovarsi di una cosa in più luoghi. Deve piuttosto farsi valere la situazione temporale dei loro oggetti l'uno in rapporto all'altro, per cui mi rappresento le note della melodia contemporaneamente, ma non come contemporanee.
  • C'è poi il caso in cui paragonando due colori o due suoni me li rappresento uno dopo l'altro, ma non me li rappresento come l'uno successivo all'altro, anche perchè le realtà corrispettive esistono simultaneamente sia perchè la successione delle rappresentazioni è casuale. In questo caso il superius non è un oggetto distribuito e la rappresentazione di questi oggetti non può essere un fatto distribuito e nel tempo in cui un superius viene rappresentato, tutti gli inferiora debbono essere rappresentati simultaneamente.
  • Non è vero che per rappresentare un superius sia sufficiente che le rappresentazioni degli inferiora formino un qualsivoglia intero : esse debbono entrare in una ben determinata relazione tra loro e formare complessioni ben determinate. Presupporre la contemporaneità delle singole rappresentazioni verbali per la comprensione di un enunciato vuol dire non saper distinguere tra le parole ed il loro senso. La tesi di simultaneità può essere compromessa solo confondendo "il rappresentare contemporaneamente" e "il rappresentare come contemporanee" (confondendo cioè tempo della rappresentazione e tempo dell'oggetto).
  • Stern dice che non appena si crede alla possibilità di una percezione diretta dei rapporti temporali, l'atto di coscienza in cui avviene questa percezione non può più essere in sè puntuale. Egli parla di tempo di permanenza psichico, i cui contenuti di coscienza possono formare un atto di coscienza unitario. In realtà Stern non distingue tra atto, contenuto ed oggetto della rappresentazione. Egli rifiuta che la percezione di un fatto temporale trattuale sia conciliabile con la tesi per cui atto e contenuto di una rappresentazione non possono stare temporalmente separati. Se io rappresento solo quel che rappresento "tutto in una volta", allora io giudico solo su ciò che giudico "tutto in una volta". E' notorio però che si può percepire solo ciò che è, non ciò che fu o ciò che sarà : l'atto percettivo dunque pare essere contemporaneo solo al percepito.
  • Dato che si può percepire solo quel che è reale e il punto temporale è un limite ideale, allora se la percezione è limitata al punti di presenza, essa non può percepire niente. Ma se non possono esistere i punti come potrebbe esistere qualcosa di esteso ? E se i punti non fossero allora un tratto si interromperebbe ? In realtà l'esistenza non si nega al punto, ma al punto isolatamente considerato, che sussiste ma non esiste. Là dove è il punto, esiste qualcosa che però non si limita al punto.
  • Schumann dice che, poichè il passato non è più e il futuro non è ancora, il tempo è qualcosa di reale, consistente di due parti che non sono reali. In realtà paradossi del genere sono attribuibili a problemi relativi alla definizione di "esistenza". Per alcuni "L'ultima neve discioltasi" è qualcosa che in quanto trascorsa è ideale, mentre "La montagna d'oro" senza determinazione temporale è reale (sebbene mai esistita e mai esistente in futuro). E' innaturale sussumere entrambi i casi semplicemente sotto lo schema del non-esistente, ma al tempo stesso pure è innaturale concedere maggior gradi di realtà a ciò che in nessun tempo è stato rispetto a ciò che è stato effettivamente presente. La fattualità del passato (così connaturale ad ogni interesse storico) a cui si affianca l'urgenza del futuro, richiede inevitabilmente l'inclusione del passato e del futuro nell'ambito del reale. Con ciò si supera l'introduzione ingiustificata nel nostro concetto di esistenza di un momento del tutto soggettivo per cui ogni esistenza si presenta determinata come passato/presente/futuro, mentre questa determinazione è solo una relazione tra tempo del giudizio e tempo dell'oggetto, relazione causale sia per il reale che per il soggetto conoscente.
  • La conoscenza di un reale non ha nessun rapporto con la sua effettività e dunque non è detto che il passato (essendo reale) non sia percepibile e pur considerando la memoria una supposizione (per quanto incerta) si può percepire il passato nei giudizi mnemonici immediatamente precedenti il tempo dell'atto e certi e sicuri per le esigenze pratiche.
  • Consideriamo gli oggetti temporalmente indistribuiti (es. un libro posto innanzi a me, un suono perdurante) dove all'atto del giudizio (che occupa un certo tratto di tempo) sta a disposizione un contenuto parimenti costante. Ma quanto viene conosciuto non è un oggetto costante come tale, ma costantemente lo stesso oggetto. Poichè il percepito è condizione della percezione, è garantito che percezione e percepito coincidano nel tempo e la percezione rimane valida. Se l'oggetto temporalmente indistribuito è costante, allora vale anche per esso, come per ogni oggetto temporalmente distribuito che due tratti coincidenti lo sono per appaiamento delle loro parti complessive e che tali appaiamenti non riguardino tratti, ma punti.
  • Se dunque l'oggetto percepito arriva a coincidere con il giudizio percettivo ciò non avviene con nessun tratto temporale. Quindi se il giudizio apprende l'oggetto temporalmente esteso, per ogni punto messo in evidenza entro la durata temporale di questo giudizio, allora il giudizio verterà su passato o su futuro, ma non su qualcosa di contemporaneo al giudizio, se non in minima parte (l'attimo) . A questo proposito, nasce il dilemma per cui A) o non si dà percezione oppure B) o si rinuncia alla contemporaneità tra percezione e percepito. (A) sarebbe ipotizzabile solo se quei fatti (prima indicati come percezioni) perdessero ogni peculiarità rispetto ad altri giudizi. In realtà la contemporaneità poggia sul presupposto del fatto che la percezione ha come causa la realtà su cui verte. Ma tale dipendenza a stretto rigore non consente (o almeno non richiede) la contemporaneità in quanto la dipendenza concerne solo le parti che si restringono sino ai punti, ma non i due interi. al decorso della realtà è più o meno concomitante la rappresentazione percettiva di detta realtà e "con ogni punto di questa linea oggettuale" comincia lo sprofondare dell'oggetto nel passato e si produce un giudizio il cui grado di certezza starà in rapporto funzionale con questo profondare.
  • Ciò produce non già un numero infinito di giudizi di collegamento, ma un unico n-complesso giudizio, il cui oggetto o cresce continuamente col mutare della realtà o rimane inalterato se la realtà è immutata. Comunque siamo di fronte ad un fatto di rappresentazione e giudizio più complicato dei semplici fatti della percezione, ma comunque che rende precisamente conto della differenziazione tradizionale del sapere fattuale in sapere della realtà presente e sapere della realtà non presente. La percezione non dipende dalla contemporaneità col percepito, ma neppure è compromessa dalla contemporaneità tra atto e contenuto del giudizio. Pertanto posso anche percepire qualcosa di passato, ma non oltre ogni limite. Il tempo in cui si estende questa percezione lo si chiama "tempo di presenza". Definire questo tempo con l'ausilio del concetto di unità è forse inadeguato.
  • I fatti psichici ed in particolare i contenuti possono sicuramente confluire in unità in molteplici maniere (ossia costituire diverse complessioni) senza che in ciò sia coinvolta la percezione. Tuttavia un rimando al carattere unitario di ciò che è presente è comunque un punto essenziale : se da un punto di osservazione vedo un treno attraversare la campagna, allora chiamo presente il suo movimento, forse anche nel caso in cui il tempo durante il quale posso seguirlo non sia del tutto breve. Il fischio della locomotiva ed un susseguente strido d'uccello difficilmente li dichiarerò presenti anche se ho udito il fischio dopo l'inizio e lo strido prima della fine del movimento da me "visto". Infatti difficilmente ci sarà un punto di vista dal quale fischio e strido si uniscono per me in un tutto.
  • Al principio della contemporaneità tra percezione e percepito viene sacrificato il principio della contemporaneità di atto e contenuto percettivo. Se si può percepire un suono o un colore allora si può percepire anche una melodia o un movimento, purchè si svolgano entro i limiti del "tempo di presenza". Sia la melodia che il movimento si possono percepire solo quanto ai loro elementi, giacchè la complessione ideale (che è anzitutto relazione ideale) basata e fondata da quegli elementi, a rigore può tanto poco essere percepita quanto esistere. L'opposizione tra sapere percettivo e sapere mnemonico perde la sua apparente asprezza ed anzi quasi il passato diventa l'unica cosa percepibile. Per rappresentare un superius (la melodia) di inferiora temporalmente diversi, occorre rappresentare questi inferiora simultaneamente.
  • Come mai se la percezione si riferisce a suoni verbali, si riescono a comprendere le parole ? Come una deduzione può operare se le premesse sono assenti alla percezione nel momenti in cui è presente la conclusione? Il tentativo di contestare l'esistenza di oggetti fondati di ordine superiore in base alla testimonianza supposta fallimentare della percezione interna, presuppone invece come non percepito e non percepibile (inesistente) ciò che è soltanto percettivamente fugace.
  • Gli oggetti di ordine superiore sono oggetti propri della psicologia. la quale come tutte le scienze, non può avere altra base che l'esperienza, ma fino a questo momento non ha ooservato tali fattualità che sembravano andare oltre l'analisi del dato.

  1. I casi in cui i superius assumono la preminenza corrispondono alle proposizioni metalinguistiche. Esiste la proprietà logica dell' "asserito", corrispondente a quella psicologica dell'essere al centro dell'attenzione e a quella grammaticale della proposizione principale. In questo caso però non si tratta tanto di relazioni e di complessioni logiche (es. proposizioni molecolari) , ma di complessioni reali (totalità organiche di fenomeni) , oggetti scientifici e non tanto logico-formali.
  2. Che vuol dire che l'oggetto della rappresentazione pseudo-esiste ? A mio parere il fatto che il tempo del contenuto coincida con il tempo dell'atto è dovuto al carattere atemporale del contenuto (idea platonica, oggetto eterno di Whitehead) che si adatta perciò ogni volta al tempo dell'atto. La pseudo-esistenza poi è una sorta di esistenza narrativa ? E perchè Guglielmo di Baskerville dovrebbe esistere nello stesso tempo dell'ideazione de "Il nome della Rosa" ? O tale determinazione temporale non equivale a quella della pseudo-esistenza dell'oggetto ? In tal caso però la riduzione al tempo dell'atto, toglierebbe ogni spessore al contenuto che svanirebbe con la distinzione tra atto (la rappresentazione) ed oggetto. In tal caso la pseudo-esistenza dell'oggetto non sarebbe altro che la sua rappresentazione (e dunque coinciderebbe con l'atto) . A mio parere sarebbe più semplice distinguere tra I) Tempo dell'atto di rappresentazione (es. oggi) ; II) Tempo del contenuto (atemporale : l'oggetto eterno "Guglielmo da Baskerville") ; III) Tempo dell'oggetto (il Medioevo).
  3. Parlare di pseudo-esistenza è fuorviante giacchè non distingue tra tempo esterno e tempo interno, mentre invece nell'atto della lettura l'oggi non è più il 2005, ma è un'altra situazione spazio-temporale. Al posto di tempo dello pseudo-oggetto parleremo di meta-tempo vissuto (o fenomenologico) che è quello che si concretizza ad es. nella lettura e che è un pragma metalinguistico con cui l'oggetto eterno è assunto nell'esperienza.
  4. Cosa si intende per sezione temporale trasversale ? Si potrebbe intendere questo e cioè che ontologicamente l'oggetto è un evento (in senso whiteheadiano) che occupa una sezione dello spazio-tempo, solo che viene di volta in volta appercepito da diverse prospettive monadiche e dunque viene visto di volta in volta come istantaneo (si pensi ad un'automobile che corre per la strada). Inoltre un oggetto presunto istantaneo ha sempre una durata sia pure infinitesimale. Infine gli oggetti eterni (che possono sempre comparire di nuovo) hanno una manifestazione carsica e cioè esistono sempre ma sono percepiti in maniera discontinua.
  5. Meinong traspone nel campo epistemico i problemi ontologici legati ai paradossi di Zenone. A proposito di queste sue tesi, un collettivo di oggetti non è a sua volta un oggetto vero e proprio ? Inoltre non è più corretto dire che c'è un'apprensione successiva di un oggetto collettivo, ma apprendendo di volta in volta istantaneamente le singole pagine ? Meinong poi non fa alcun esempio di oggetto unitario : si tratta del corpo in movimento di cui si è parlato prima ? Ma questo non sarebbe più propriamente un evento ? Un oggetto unitario con parti successive non sarebbe un oggetto sovratemporale ? Non ci può essere rappresentazione distribuita ? E l'apprensione successiva di cui si è parlato a proposito dei collettivi di oggetti ? E' un'apprensione che si ha (alla fine del processo) di tutti gli eventi succedutisi ? Come dice Meinong, trattasi di rappresentazione simultanea di eventi non contemporanei ?
  6. Ma pur se il superius fosse qualcosa in più che il collettivo degli inferiora, ciò non potrebbe essere una risultante casuale della coincidenza tra rappresentazioni di inferiora ? Meinong ha comunque ragione nel dire che l'aporia si ripresenterebbe dalla dimensione degli oggetti nella dimensione delle rappresentazioni.
  7. Meinong tocca una questione interessante anche nella notazione numerica dove se alla unità I (A) si aggiunge un'altra unità I (B) immediatamente si dà una coppia II (aggiunta e superius) . In questo caso gli inferiora sono in un certo senso conservati. Nella numerazione binaria però da 1 se ad esso aggiungi 1 il risultato è 10 dove il primo posto e zero, cioè vuoto e le due unità binarie sono in un certo senso sparite per far posto all'unità dell'ordine superiore (in questo caso 2). L'obiezione di Meinong circa la necessità di rappresentare gli inferiora (per rappresentare un superius) vale solo per una variante della tesi discussa. Inoltre questa tesi non renderebbe impossibile il linguaggio stesso dove dei nomi sostituiscono stringhe linguistiche più lunghe e complesse (definizione) ? Non sarebbe possibile la sostituzione delle operazioni matematiche con i loro risultati.... Piuttosto è necessario stabilire che ontologicamente i momenti non vengono annullati, ma ricompresi nel risultato ed oltre tutto rimangono nella loro inseità all'interno della struttura atemporale dell'Essere.
  8. Tuttavia è possibile che un contenuto abbia un'esistenza ideale senza che sia in atto la rappresentazione corrispondente, giacchè il contenuto pertiene all'eterno e la rappresentazione al tempo. L'argomentazione di Meinong sui superius temporalmente distribuiti si può tradurre così in termini ontologici : Un intero sovratemporale va appreso con un atto unitario (pena la rimozione della sua unità) , ma non collocato nel tempo (pena la perdita del fatto di essere un intero e di avere più momenti) . Si tratta allora di un'intuizione mistica ? Il fatto inoltre che il superius sia più del collettivo fa pensare al platonismo ed all'intensionalità (contro il nominalismo) , mentre il fatto che il superius presupponga gli inferiora fa pensare alla correlazione tra tutto e parte.
  9. Come però si inserisce questa giusta successione ? Meinong indica un'esigenza razionalistica, ma non dà una soluzione che soddisfi tale esigenza. Inoltre, cosa più importante, l'atto di rappresentazione delle note della melodia è temporalmente puntuale, a livello oggettuale vi è una successione ordinata, ma a livello di contenuto cosa succede ? Se ci fosse una successione ordinata, tempo dell'atto e tempo del contenuto divergerebbero dissolvendo la rappresentazione, ma se ci fosse un contenuto di inferiora compresenti si rischierebbe una rappresentazione confusa di un processo coerente e la conoscenza risulterebbe ancora una volta impossibile. Come risolvere questa impasse?
  10. Se è necessario rappresentare successivamente anche oggetti compresenti (nel paragone), perchè la rappresentazione successiva di note deve essere oggettiva al punto di essere riprodotta anche in una rappresentazione non distribuita ? Se cioè la successione ordinata sembra essere più un'istanza percettiva ed epistemica, perchè bisogna presupporne l'oggettività ontologica ? Una melodia non può essere una risultante esteticamente rilevante di una delle possibili successioni di un certo insieme di note ? La natura atemporale dell'oggetto distribuito non può essere il solo insieme delle sue parti e non una sua successione ordinata (il complesso carnapiano) ?
  11. Meinong poi si involve nelle sue stesse contraddizioni: infatti A) Se la rappresentazione degli oggetti di un superius non è un fatto distribuito, come è che nel caso della comparazione rappresentiamo successivamente oggetti compresenti ? Meinong gioca oscillando tra tempo dell'atto e tempo del contenuto ? Ma questi non debbono essere coincidenti ? B) Come è che nel tempo in cui un superius viene rappresentato, tutti gli inferiora devono essere rappresentati simultaneamente ? Se tutti gli inferiora sono rappresentati simultaneamente non c'è un tempo (nel senso di serie successiva di momenti) in cui il superius viene rappresentato, in quanto anch'esso viene rappresentato simultaneamente.
  12. Meinong distingue tra complessi (ordinati) e insiemi(non ordinati) , ma trascura il fatto che qualsiasi rappresentazione dà sempre un complesso e quindi non ci sono rappresentazioni degli inferiora che non danno un superius. Del resto l'insieme è solo la classe non rappresentabile (ma solo pensabile intensionalmente) di tutti i complessi ottenibili con gli elementi dati.
  13. La distinzione tra "rappresentare contemporaneamente" e "rappresentare come contemporanee" reggerebbe se non si dovesse nel frattempo decidere a quale dei due tempi si conforma il tempo del contenuto (al tempo dell'atto o a quello dell'oggetto ?) ? Perchè a tal proposito Meinong presenta il tempo della rappresentazione come unitario senza prevedere la problematicità di tale assunto ? Se l'oggetto fosse unico, il tempo del contenuto potrebbe tranquillamente essere diverso dal tempo dell'oggetto. Ma quando gli oggetti sono di più e bisogna individuarne la successione, tempo dell'oggetto e tempo del contenuto dovrebbero coincidere, pena l'errore cognitivo. E Meinong sta forse parlando della rappresentazione mancata ? Non sembrerebbe.
  14. Non vale nulla distinguere tra tempo dell'atto e tempo dell'oggetto, giacchè bisognerebbe spiegare quali sono le condizioni di possibilità della differenza tra tempo dell'atto tempo dell'oggetto. Com'è che si può percepire nello stesso tempo un processo che si realizza in una successione di tempi diversi ? Ogni percezione è mistica ?
  15. La possibilità di formare un atto di coscienza unitario con contenuti di coscienza distribuiti nel tempo va ontologicamente spiegata riflettendo sul rapporto tra tempo (molteplicità) ed Eternità (unità) . Altrimenti l'aporia del rapporto tra relazioni temporali e percezione puntuale si ripresenta nella relazione tra tempo di presenza (molteplicità di momenti e contenuti) e unitarietà dell'atto di coscienza. La percezione di un fatto temporale trattuale presuppone il carattere temporale della rappresentazione (l'atto) ma il carattere sovratemporale del contenuto (oggetto eterno).
  16. Circa il rappresentare e il giudicare "tutto in una volta", questo potrebbe presupporre l'isomorfismo tra rappresentazione e giudizio, per cui il rappresentare avviene a livello di linguaggio-oggetto, mentre il giudizio si verifica a livello di meta-linguaggio. Al tempo stesso rappresentare ciò che rappresento "tutto in una volta" potrebbe invece essere meglio detto come "rappresentare tutto in una volta (intensionalmente a livello metalinguistico) quel che a livello di linguaggio-oggetto rappresento in maniera estensionale (distribuita)". Così pure giudicare ciò che giudico "tutto in una volta" potrebbe essere meglio detto come "giudicare come termine (a livello metalinguistico) quello che a livello di linguaggio-oggetto è un'intera proposizione".
  17. Contrapporre ciò che è a ciò che fu o a ciò che sarà vuol dire confondere ciò che è con ciò che è presente spazio-temporalmente. Inoltre come può Meinong, ammettendo questo assunto, ipotizzare una differenza tra tempo dell'atto e tempo dell'oggetto ? Come sarebbe possibile il ricordo se in un certo qual modo esso ricordo non è una forma di percezione ?
  18. Meinong parla poi del percepire introducendolo di soppiatto quando dice che quel che vale del giudicare in genere vale anche del percepire in particolare. Ma in questo modo egli non identifica rappresentare e giudicare, rappresentare e percepire ed infine percepire e giudicare ? E se è così e se non si può percepire ciò che è, non si può nemmeno rappresentare ciò che non è....
  19. Da un lato Meinong distingue nettamente "ciò che è" da "ciò che fu" e da "ciò che sarà", ma poi egli vuole dare a 'ciò che è' una durata, altrimnenti non sarebbe reale, ma solo ideale. In tal modo si arriva al dissolvimento agostiniano del tempo o nell'ammissione che 'ciò che è' ricomprende nell'istante atemporale 'ciò che fu' e 'ciò che sarà'. Solo ciò spiega perchè si possa avere conoscenza istantanea della durata (e dell'eterno). Per cui dire, come fa Meinong, che si percepisce solo ciò che è (presente) ora, non ha senso in quanto 'ciò che è' non si riduce mai a 'ciò che è ora'.
  20. Qual è la differenza tra il punto ingenuamente considerato e il punto isolatamente considerato in sè ? Se qualcosa esiste là dove è il punto, perchè il punto non esiste ? Il tratto si interrompe ? E come infiniti punti solo sussistenti danno luogo a qualcosa che esiste ? In realtà l'idealità del punto è epistemica (non possiamo arrivare al punto) ma non ontologica (il punto esiste) .
  21. Sulla tesi di Schumann circa il tempo va steso un velo pietoso, perchè affermata così senza spiegazione è insostenibile. Meinong giustamente argomenta circa l'esistenza di diversi ordini di esistenza. In realtà non si tratta di distinguere tra tempo del giudizio e tempo dell'oggetto, ma di considerare, dal punto di vista dell'esistenza, le relazioni temporali come se fossero relazioni spaziali e così il passato come "A sinistra di...", il futuro come "A destra di..." e il presente come "Di fronte a....". Insomma le relazioni temporali come relazioni topologiche rispetto alla coscienza.
  22. Con la teoria dei mondi possibili forse si può considerare percezione anche la memoria fallace : essa percepisce eventi passati in mondi possibili simili ma non identici al nostro mondo possibile. Perciò essa è pragmaticamente fallace, ma comunque si riferisce ad entità esistenti e ad eventi accaduti.
  23. Ritengo che il contenuto sia eterno anche se l'oggetto è fugace (oggetti eterni di Whitehead) , mentre nel caso degli oggetti indistribuiti è l'oggetto ad essere costante, giacchè cambiando impercettibilmente non è mai lo stesso oggetto (cioè non è mai completamente identico a se stesso nel corso del tempo in cui permane).
  24. Meinong vuole forse dire che l'esistenza del percepito è condizione oggettiva della percezione o che il percepito (con un'azione specifica) causi la percezione ? Se si tratta del secondo caso, cosa lo rende certo di questa tesi ? Una visione fisicalista ? Inoltre in questo caso, se noi vediamo una stella adesso estinta che secondo la fisica odierna ha causato la nostra percezione, che ne è di questa tesi di Meinong ? Infine una cosa passata dal momento che è esistente (in una certa accezione) perchè non può essere percepita, senza porre tante condizioni e limitazioni ?
  25. Meinong torna poi alle sue involuzioni aporetiche. Infatti : a) come può un oggetto costante essere indistribuito ? Si tratterebbe di una contraddizione in termini. b) Due punti, dal momento che costituiscono una realtà ideale, si possono appaiare ? c) Un appaiamento per più punti non comporta un appaiamento per un sia pur piccolo tratto ? d) Un giudizio che si debba estendere per la stessa durata temporale dell'oggetto non contraddice la tesi dell'autonomia del tempo dell'atto dal tempo dell'oggetto ?
  26. Meinong sembra poi giustamente abbandonare la tesi della contemporaneità tra percepito e percezione, ma a questo punto dovrebbe aggiungere che anche questa è una prova (o almeno un indizio) del fatto che il reale non si riduce al presente (la stella morta brilla ancora in cielo e dunque in un certo senso continua ad esistere). Accettando l'idea del tempo di presenza di Stern egli accede ad un' idea di oggetto esteso nel tempo (evento?) che andrebbe collegato all'epistemologia di Whitehead.
  27. Che l'unità non implichi necessariamente la percezione non vuol dire che la percezione non sia una forma di unità e che dunque l'unità non si predichi della percezione. L'argomento di Meinong dunque non è cogente.
  28. Il presente non è l'istante e c'è un presente tense e un present progressive, per cui forse l'accezione di presente al treno che passa è diversa da quella di presente relativo al fischio della locomotiva. Si parla inoltre anche di presente storico che può inglobare anche qualche decennio.
  29. Perchè se percezione (l'unione di atto e contenuto nella rappresentazione ?) e percepito sono contemporanei, atto e contenuto non devono esserlo ? Al contrario solo se percezione e percepito sono asincrone allora ci può essere una discrasia tra atto e contenuto di una rappresentazione (se il contenuto ad es. tende a seguire il percepito). Quali sarebbero poi i limiti del tempo di presenza ? In realtà non ci sono limiti prestabiliti, come si può desumere dall'esempio del treno che passa.
  30. Se la melodia si può percepire solo quanto ai suoi elementi, allora non si percepisce la melodia. Inoltre la complessione non corrisponde alla relazione, ma al complesso carnapiano. Infine i complessi esistono allo stesso modo dei loro elementi, mentre le relazioni hanno un livello proprio di realtà. Ed ancora ammettendo pure che la relazione non sia percepita, questo non vale per le complessioni (intese come complessi carnapiani) che possono ad es. coincidere con fenomeni materiali.
  31. I suoni verbali sono oggetto di sensazione, mentre la percezione fa riferimento al sinn delle parole, dal momento che essa è applicazione del pensiero. Il fatto è che la percezione è lo strumento con il quale già si trascende l'attimo fuggente attraverso l'evidenziazione di strutture di senso. la possibilità di attingere ad un'evidenza mediata è un forte indizio di questa facoltà, che i Neopositivisti non riconoscendo, han bisogno di spiegare con la riduzione della conoscenza analitica a tautologia.

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Sunday, February 18, 2007

Meinong e la rappresentazione

Meinong, parlando degli oggetti di ordine superiore, affronta il problema della rappresentazione e del suo contenuto. Egli dice che:
  • Non si può rappresentare senza rappresentare qualcosa, come non si può giudicare senza giudicare di qualcosa. Si può rappresentare anche qualcosa che non esiste, così come si può giudicare su qualcosa che non esiste.
  • Gli oggetti non esistenti si possono dividere in A) oggetti contraddittori (quadrato rotondo) ; B) oggetti fattualmente non esistenti (montagna d'oro) ; C) relazioni sussistenti ma non esistenti (uguaglianza 3=3 oppure diversità tra rosso e verde) D) cosa passate o future che non esistono nel presente.
  • E' possibile che esista la rappresentazione, ma non il suo contenuto ? Meinong a tal proposito riprende la tesi della distinzione tra oggetto immanente (contenuto della rappresentazione) e oggetto trascendente (presunto oggetto esterno a cui la rappresentazione si riferisce) .
  • Il sussistere ha un'ambito atemporale, mentre l'esistere si colloca nel tempo. L'oggetto immanente si può chiamare anche pseudo-oggetto. Esso esiste in quanto rappresentato. Così i quanto rappresentati esistono sia la montagna d'oro, sia il quadrato rotondo, il passato e le relazioni.
  • Tuttavia l'esistere nella rappresentazione a rigore non è affatto un esistere o almeno non è un esistere del monte, ma una pseudo-esistenza del monte. A tal proposito Meinong cita una critica di Russell per cui l'estensione puramente rappresentata non è affatto un'estensione giacché un'estensione spaziale non può essere psichica.
  • Meinong rincara la dose e dice che un oggetto immanente alle rappresentazioni esiste in modo così debole che non si sa se si debba parlare dell'oggetto immanente. Ciò che esiste è la rappresentazione con inclusione del suo contenuto. Inoltre per un oggetto non è necessaria l'esistenza.
  • La non identità di oggetto e contenuto emerge non solo quanto alla loro esistenza, ma anche quanto alla diversità della loro natura. Si pensi ad un oggetto passato : la sua rappresentazione è presente e così il contenuto di essa. Inoltre il contenuto di una rappresentazione di un blu non è a sua volta blu.

A queste tesi di Meinong si possono fare le seguenti osservazioni:

  1. Se una cosa non esiste in senso assoluto, come la si può rappresentare ?
  2. Forse il quadrato rotondo è solo pensato, a meno che "rappresentare" non abbia niente a che vedere con la riproduzione di una percezione (in questo caso visiva).
  3. La tesi di Russell sull'estensione è fallace : altrettanto si potrebbe dire che un'estensione percepita non è un'estensione, dal momento che la percezione è, come la rappresentazione, un evento psichico.
  4. Se ciò che esiste è solo la rappresentazione, la rappresentazione non è inclusiva del suo contenuto, altrimenti esisterebbe anche il suo contenuto. Ma allora la rappresentazione a che si riferirebbe ? Di cosa è la rappresentazione ? Se la rappresentazione è rappresentazione di qualcosa, questo qualcosa deve avere uno statuto ontologico minimo.
  5. Duplicare la rappresentazione non ha senso. La rappresentazione è una relazione tra un contenuto noematico-linguistico e un oggetto preso come riferimento. Non esiste una rappresentazione + il contenuto + l'oggetto, ma la rappresentazione è la relazione semiotica tra contenuto ed oggetto. Il contenuto ha alcune proprietà dell'oggetto, ma non tutte, ma viene scelto per la relazione semiotica perchè le proprietà che ha sono magari quelle essenziali per indicare o definire l'oggetto in questione.
  6. L'immagine di un cielo blu si può dire che è blu, giacchè ci sono ambiti di percezione (come quello visivo) più vicini al mentale di altri ambiti (tipo quello tattile)

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Sunday, February 11, 2007

Twardowski e la suddivisione delle componenti materiali del contenuto

Twardowski riassume poi le sue tesi dicendo che
  • La divisione delle componenti formali e materiali degli oggetti vale anche per i contenuti delle rappresentazioni in quanto sono oggetti di una meta-rappresentazione. Tuttavia la suddivisione di parti degli oggetti sotto il punto di vista di una rappresentabilità di oggetti indipendenti tra loro o mediante una rappresentabilità reciproca condizionata, presuppone l'esistenza degli oggetti e tale suddivisione non sarebbe applicabile dunque ai contenuti delle rappresentazioni se non fosse che il contenuto della rappresentazione esiste indipendentemente dal fatto che si rappresenti un oggetto esistente o no.
  • Dunque in conformità alla suddivisione suddetta le componenti materiali del contenuto di una rappresentazione si raggruppano secondo i seguenti tre criteri : a) Parti con separabilità reciproca, ciascuna delle quali è rappresentabile senza rappresentare le rimanenti ; b) Parti con inseparabilità reciproca, ciascuna delle quali non è rappresentabile senza rappresentare le rimanenti ; c) Parti con separabilità unilaterale, dove una parte A si può rappresentare senza rappresentare B, ma la parte B non si può rappresentare senza rappresentare A. Esempi di queste tre situazioni : A) Dato un libro, si possono rappresentare separatamente le singole pagine e la copertina ; B) Data una cosa colorata, non si dà colore senza estensione, nè estensione senza colore ; C) Dato un rapporto di genere e specie, la specie senza genere è impossibile, mentre è possibile il genere senza specie ( è come l'implicazione materiale ?) . Non si può rappresentare il rosso senza il colore, ma si può rappresentare il colore senza il rosso.
  • Tale suddivisione vale per i contenuti di rappresentazione solo alla condizione che essi siano rappresentati come contenuti (e pertanto esistano in tale misura), mentre tale suddivisione non è applicabile ad essi se vengono rappresentati come oggetti di rappresentazioni di rappresentazioni. Infatti l'esser-rappresentato delle singole parti è dipendente dall'essere rappresentato di altre parti, oppure non è tale.
  • Qualcosa è rappresentato come contenuto significa che c'è un contenuto di rappresentazione ed in tal caso è vero che tale contenuto significato dalla parola "rosso" non esiste, se al tempo stesso non esiste quel contenuto significato dalla parola "estensione". Il rosso non può essere rappresentato in una rappresentazione in quanto contenuto se nella stessa rappresentazione non è rappresentata (come contenuto) l'estensione.
  • Nel caso invece in cui qualcosa è rappresentato come oggetto (es. "il" rosso), allora può benissimo essere rappresentato per mezzo di una rappresentazione, senza che contemporaneamente l'estensione sia rappresentata come oggetto per mezzo della stessa rappresentazione. Ogni volta che rappresentiamo un colore ed enunciamo un giudizio su di esso come colore, ed ogni volta che rappresentiamo un'estensione per mezzo di una rappresentazione ed enunciamo su di essa un giudizio come estensione, allora astraiamo dall'estensione nel primo caso e dal colore nel secondo.
  • Ciò che pertanto è unito come contenuto di una rappresentazione al contenuto di un'altra rappresentazione, cosicché, in qualità di contenuto di una rappresentazione, non può essere rappresentato da solo e cioè non può esistere, possiamo benissimo rappresentarlo per sè come oggetto in maniera astratta. Perciò i criteri che nella classificazione addotta separano l'uno dall'altro i tre gruppi di parti, risultano corretti se si tratta di ciò che è rappresentato nel senso del contenuto. Perdono invece la loro fondatezza se con 'l'essere rappresentato' si deve intendere l'esser-rappresentato-per mezzo-di-una-rappresentazione (e quindi come oggetto).
  • Si conclude che il tipo di composizione del contenuto di una rappresentazione qui descritto e corrispondente al tipo di composizione degli oggetti di rappresentazione cui appartengono i contenuti di rappresentazione come classi particolari, consente di parlare di coordinazione delle componenti del contenuto di una rappresentazione. Si designerà inoltre come rappresentazione quelle componenti materiali dei contenuti di rappresentazione che non possono per se stesse comparire come contenuti, anche se queste espressioni sono imprecise. Infatti non si dice "Nella rappresentazione del triangolo sono contenute le rappresentazioni dei lati e della superficie" , ma si dice "Nella rappresentazione del triangolo sono contenute le parti materiali del contenuto, per mezzo delle quali sono rappresentati i tre lati e la superficie".

Le considerazioni che si possono fare su queste tesi di Twardowski sono le seguenti:

  1. Dicendo che il contenuto di una rappresentazione può essere oggetto di una rappresentazione, Twardowski risponde anche ai paradossi evidenziati da Russell sulla distinzione di sinn e denoting ? A mio parere senso e denotatum sono, rispetto alla serie dei livelli di esistenza, come "prima" e "dopo" rispetto alle sequenze di istanti temporali : il denotatum è il livello di esistenza preso come riferimento e il senso il livello di esistenza che serve come indicatore del denotatum.
  2. In che senso "La suddivisione delle parti degli oggetti sotto il punto di vista di una rappresentabilità di oggetti indipendenti tra loro" presuppone l'esistenza degli oggetti ? Inoltre i criteri di raggruppamento del contenuto di una rappresentazione sembrano equivalere a congiunzione, disgiunzione ed implicazione.
  3. Che differenza c'è tra contenuti di rappresentazione e oggetti di rappresentazione di rappresentazione ? Perchè i primi in quanto tali esistono ed i secondi no ?
  4. Twardowski sembra precisare che oggetto di rappresentazione di rappresentazione sia ad es. il rosso senza estensione (puramente pensato) , mentre contenuto della rappresentazione sarebbe il rosso con tutte le implicazioni legate all'apriori materiale (dunque il rosso rappresentato ) e dunque il rosso come esistente. Anche qui varrebbe la pena riflettere ancora : il rosso come contenuto di rappresentazione è il rosso come evento e quindi interrelato, mentre il rosso come oggetto di rappresentazione di rappresentazione è il rosso come oggetto eterno (Whitehead).
  5. Interessante la dicitura di Twardowski per cui è più corretto dire (invece che nella rappresentazione del triangolo ci sono le rappresentazioni dei lati e degli angoli) che nella rappresentazione del triangolo ci sono i componenti materiali per mezzo dei quali sono rappresentati lati ed angoli. Tale precisazione si può collegare all'oggetto intenzionale e dal punto di vista proposizionale al livello dell'asserzione, dove le parti di una proposizione non sono asserite come è asserita la proposizione, ma sono momenti (pensati) interni alla proposizione asserita (ad es. asserendo "p implica q" non si asserisce "p").

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Saturday, February 10, 2007

La nota caratteristica in Twardowski

Twardowski parla anche del concetto di "nota caratteristica" e afferma che:
  • Se si distingue contenuto e oggetto, si distinguono anche parti del contenuto e parti dell'oggetto. Il fatto che la distinzione non è ben chiara a tutti, ha come effetto un'ambiguità nel modo di usare il termine "nota caratteristica", che a volte designa un che di inerente all'oggetto intenzionale (contenuto della rappresentazione), a volte invece un che inerente all'oggetto della rappresentazione.
  • Kerry parla di concetti tali che il loro contenuto ed il loro oggetto contengano le stesse note caratteristiche, mentre Marty ritiene che un concetto sia formato dalle note caratteristiche di un oggetto. ma contenuto ed oggetto sono designabili con la stessa espressione solo in modo equivoco ed Hoppe giustamente protesta sul considerare "nota caratteristica" un termine tecnico, mentre molti volendo intendere con "nota caratteristica" le componenti del contenuto, designano poi con tale termine, le proprietà dell'oggetto.
  • Sigwart (dopo aver detto che le note caratteristiche si riferiscono ad elementi della rappresentazioni composte) conta tra le note caratteristiche colore, estensione, pur senza voler dire che la rappresentazione di un triangolo sia composta da un colore e da un'estensione. Hofler d'altro canto che definisce le note caratteristiche come quelle componenti di un contenuto di rappresentazione che sono a loro volta rappresentazioni di proprietà di un oggetto, chiama poi le stesse proprietà appunto "note caratteristiche" e parla di "nota caratteristica 'bianco' "quando dovrebbe dire "nota caratteristica rappresentazione del bianco". Baumann in fine dice che il contenuto di una rappresentazione è la totalità delle sue note caratteristiche concepite come un intero, ma poi fa come esempi di "note caratteristiche" attributi come "pesante", "dilatabile" etc
  • Come per mezzo di una rappresentazione è rappresentato l'intero oggetto, così le singole parti dell'oggetto sono rappresentate mediante le singole parti corrispondenti della rappresentazione. Le parti dell'oggetto di una rappresentazione sono a loro volta oggetti di rappresentazione, così come le parti del contenuto di un a rappresentazione sono a loro volta contenuti di rappresentazione.
  • Colui che si rappresenta una mela, si rappresenta anche le sue parti. Tuttavia nel mentre che la mela e le sue parti vengono rappresentate, esse non cessano di essere oggetti di rappresentazione. La mela non si trasforma in mera rappresentazione in quanto "essere rappresentato" equivale a "essere oggetto di rappresentazione". "La mela è rappresentata" non significa altro che "La mela entra in un certo rapporto con un essere dotato della capacità di avere rappresentazioni"
  • Chi intende con "note caratteristiche" le parti di un oggetto, può parlare di "note caratteristiche" rappresentate, ma deve restare consapevole del fatto che "essere rappresentato" significa in questo caso essere l'oggetto di una rappresentazione e non parte di una rappresentazione. Ciò altrimenti si confonde tra senso modificante e senso determinativo della parola "rappresentare", tra contenuto ed oggetto della rappresentazione : la mela rappresentata non è la rappresentazione della mela.
  • Come con "rappresentato" si intende a volte il contenuto a volte l'oggetto, così con "note caratteristiche" si intendono sia le parti del contenuto che quelle dell'oggetto. Ad es. Sigwart dice che l'insieme delle note caratteristiche è il contenuto dei concetti e si rappresenta tale contenuto come la somma delle singole note caratteristiche. Per mezzo di note caratteristiche si determina ciò che è pensato in una rappresentazione unitaria e designato con una sola parola (così nel concetto di "oro" sono pensate le note caratteristiche "giallo", "scintillante", "metallico"). Sigwart aggiunge che ciò che è determinato secondo note caratteristiche, è ciò che è pensato in una rappresentazione unitaria.
  • Ma (obietta Twardowski) in primo luogo non è detto che ciò che può essere correttamente pensato in una rappresentazione unitaria debba essere designato da una singola parola. In secondo luogo, l'ambiguità di "rappresentato" non è abolita sostituendolo con "pensato", poichè ciò che è determinato dalle note caratteristiche o è l'oggetto o è il contenuto. E negli esempi suddetti ("oro") sembra essere l'oggetto. Tuttavia queste determinazioni sono pensate mediante ad es. la rappresentazione dell'oro, ma non costituiscono il contenuto. Dunque il contenuto della rappresentazione dell'oro non consiste nell'insieme delle note caratteristiche, ma nell'insieme delle rappresentazioni delle note caratteristiche.
  • Ueberweg invece dice che non è possibile che le note caratteristiche si riferiscano a volte al contenuto, a volte all'oggetto. Egli dice che "nota caratteristica" è nota caratteristica della cosa ed è anch'essa rappresentata. "Includere una nota caratteristica in una rappresentazione" vuol dire "divenire consci della nota caratteristica di una cosa per mezzo della rappresentazione parziale corrispondente". Anche Bolzano conviene sul fatto che, per comodità, si chiamano "note caratteristiche di un concetto" le note caratteristiche dell'oggetto di un concetto.
  • Twardowski così avanza la tesi che si devono designare come note caratteristiche, le parti dell'oggetto di una rappresentazione. Ma come definire le parti del contenuto di una rappresentazione ? "Rappresentazioni parziali" va bene sino ad un certo punto, perchè tali parti sono la rappresentazione del bianco, della velocità e del cavallo, non delle parti del cavallo (collo, gambe) ; si tratta cioè di componenti del contenuto di una rappresentazione a cui non appartengono solo i contenuti più semplici, ma anche le relazioni tra questi contenuti (che non sono certo rappresentazioni parziali). Twardowski parla a tal proposito di elementi, ma forse riconosce che sarebbe meglio riservare questo termine alle componenti della vita psichica non ulteriormente analizzabili con l'analisi psicologica.
  • In questo caso si possono designare le componenti del contenuto di una rappresentazione come "parti di una rappresentazione" e si deve intendere per "rappresentazione" il contenuto e non l'atto di rappresentazione. alle componenti dell'oggetto di rappresentazione si contrappongono le componenti del corrispondente contenuto di una rappresentazione (ed alle parti dell'oggetto le parti del contenuto) La realizzazione rigorosa della distinzione tra i due tipi di componenti è stata necessaria per la ragione che solo così può essere esaminata la relazione tra le parti del contenuto di una rappresentazione e le parti del corrispondente oggetto di rappresentazione.

Le considerazioni che vanno fatte su queste tesi di Twardowski sono le seguenti:

Le note caratteristiche sono quelle proprietà dell'oggetto considerate essenziali per la definizione dell'oggetto stesso e vengono selezionate a livello di contenuto per la costituzione del concetto di quell'oggetto. Nel linguaggio della mia teoria, le note caratteristiche di un oggetto costituiscono un oggetto analogo al primo ma semplificato, avente come livello proprio di esistenza un livello di esistenza diverso da quello dell'oggetto in questione. Le qualità selezionate nell'oggetto e che costituiscono il concetto (a livello di contenuto ideale) sono le stesse : dire che il concetto di leone non è feroce è fuorviante, giacchè comunque il concetto di leone è il concetto di un animale feroce. Cioè la ferocia è una qualità che costituisce il concetto di leone.

Questi malintesi sono anche il frutto della confusione tra atto e contenuto della rappresentazione. Il contenuto della rappresentazione è logicamente trascendente rispetto alla rappresentazione, allo stesso modo dell'oggetto della rappresentazione. Esso è solo fenomenologicamente immanente all'atto di rappresentazione, ma ciò è dovuto al fatto che a qualsiasi atto di rappresentazione corrisponde un contenuto, cioè un oggetto esistente ad un livello ideale di esistenza. La confusione tra atto e contenuto di rappresentazione è analoga alla confusione tra livello pragmatico e semantico del discorso, tra segno e significato, tra componente fisica e componente ideale del linguaggio. Inoltre altro sono le parti fisiche dell'oggetto, altro gli elementi ideali dell'oggetto : il collo del cavallo è una parte fisica, la sua velocità una componente ideale.

Il concetto di un oggetto è da un lato un altro oggetto, dall'altro è un sottoinsieme dell'oggetto stesso : per cui le note caratteristiche di un oggetto sono immediatamente anche le componenti dell'oggetto (solo che la bianchezza che può essere percepita nell'oggetto può essere solo pensata col concetto)

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La teoria dell'oggetto di Twardowski

Twardowski affronta poi il tema del concetto di oggetto e cita Kant quando dice che il più alto concetto è il concetto di oggetto in generale (che si divide in possibile ed impossibile). Kant però dice anche che tale oggetto può essere qualcosa o niente e Twardowski contesta tale asserzione in quanto considera "niente" non come un oggetto, ma come un'espressione sincategorematica : "niente" significa il limite del rappresentare, dove cioè il rappresentare stesso cessa di essere tale.
Alle ragioni già addotte, Twardowski aggiunge riguardo a questa concezione del "niente" che se un oggetto è rappresentato da una rappresentazione, giudicato tramite un giudizio, desiderato tramite un desiderio, se "niente" fosse l'oggetto di una rappresentazione, potrebbe essere affermato o negato. Ma, afferma Twardowski, non si può dire nè "niente esiste", nè "niente non esiste". Quando si usano certe locuzioni, o si intende qualcosa di diverso (es. il Nirvana) o l'espressione "niente" rivela la sua natura sincategorematica (es. "non c'è niente" = "non c'è qualcosa di reale al di fuori del soggetto di rappresentazione").
Chi dice di rappresentarsi "niente" in realtà non si rappresenta affatto. Chi invece rappresenta, si rappresenta qualcosa, cioè un oggetto.
Twardowski poi discute la tesi di Kerry per cui Kant usa in modo ambiguo il termine "oggetto" che definisce una volta come qualcosa di reale che eccita sensi e animo e talvolta come l'oggetto di un concetto. Twardowski osserva che l'oggetto di rappresentazioni, giudizi, sentimenti, è distinto dalla cosa in sè, intesa come causa sconosciuta che eccita i sensi.
"Oggetto" è sinonimo di fenomeno o apparenza a prescindere da cosa tale apparenza sia generata. Per mezzo di ogni rappresentazione, è rappresentato qualcosa sia che esista o no, sia che si mostri indipendentemente da noi o sia formato da noi nell'immaginazione.
Un oggetto è in quanto noi lo rappresentiamo in opposizione a noi ed alla nostra attività di rappresentazione. La realtà di un oggetto non ha niente a che fare con la sua esistenza.
Per alcuni un albero, un'afflizione, un tono acuto, un movimento sono oggetti reali, mentre una mancanza, un'assenza e una possibilità sono oggetti non-reali. anche un oggetto non reale può esistere quando si dice "C'è mancanza di denaro".
E' assolutamente possibile parlare ora di "oggetto reale" ora dell'oggetto di un concetto (e dunque non reale) poichè gli oggetti, essendo suddivisibili in esistenti e non-esistenti, da una parte sono reali e da una parte non-reali.
Twardowski poi dice che "oggetto" non deve essere confuso con "fatti" o "cose", che sono solo categorie appartenenti a ciò che è rappresentabile, cioè solo una categoria interna a quella più vasta degli oggetti: una "caduta mortale", non è una cosa, ma è un oggetto.
Tutto ciò che è nominato è un oggetto
Dunque, conclude Twardowski, l'oggetto è il genere sommo
tutto ciò che è
è oggetto di un possibile atto di rappresentazione
è cioè 'qualcosa'.
Qui si passa dalla psicologia alla metafisica : il fatto che l'aristotelico on (medievale ens) non sia altro che l'oggetto della rappresentazione, lo dimostra il fatto che tutte le dottrine formulate intorno all'ens valgono per l'oggetto della rappresentazione.
Dunque per Twardowski :
  • L'oggetto è diverso dall'esistente e solo ad alcuni oggetti (oltre all'oggettualità/essentia) spetta anche l'esistenza. Ci sono infatti ens solo possibili, ma è un oggetto anche ciò che non potrebbe mai esistere (ens rationis), quale potrebbe essere un numero. In breve è oggetto tutto ciò che è qualcosa, che non è niente (per gli Scolastici ens e aliquid sono sinonimi).
  • L'oggetto è summus genus. Gli Scolastici dicono che ens non è un concetto di genere tra gli altri, ma un concetto trascendentale perchè trascende tutti i generi.
  • Ogni oggetto di una rappresentazione può essere oggetto di un giudizio e oggetto dell'attività dell'animo (desiderio etc.) . La verità metafisica di un oggetto non consiste nell'essere giudicato mediante un giudizio logicamente vero. Altrettanto poco la sua bontà dipende dal fatto che il sentimento verso di esso è buono. Vero si dice un oggetto in quanto è oggetto di un giudizio. Buono lo si dice in quanto ad esso si riferisce un atto dell'animo.
  • Non sempre la Scolastica si è attenuta a tale significato : ad es. Tommaso parla della verità come corrispondenza tra intellectus e res, e la verità di un oggetto come cognoscibilitas. Tuttavia rivediamo tale concezione quando lo stesso Tommaso parla del verum come ciò verso cui tende il desiderio. e poichè ogni oggetto di rappresentazione può essere sottomesso a giudizio o desiderio, allora verità e bontà appartengono ad ogni oggetto di rappresentazione e la dottrina scolastica si dimostra corretta quando dice che ogni ens è tanto bonum quanto verum.
  • Si potrebbe sollevare la questione se all'oggetto non appartenga in maniera analoga un attributo che esprima la sua rappresentabilità e che sia un nome per l'oggetto in quanto rappresentato. La filosofia medievale, oltre verum e bonum, conosce unum che ha uno specifico rapporto con la rappresentazione.
  • Se l'oggetto di rappresentazioni, giudizi e sentimenti non è nient'altro che l'ens aristotelico-scolastico : la metafisica deve essere definita come la scienza degli oggetti in generale. Nelle singole scienze ci si limita ad un gruppo più o meno ampio di oggetti con riguardo a scopi specifici. Le scienze naturali si occupano delle proprietà dei corpi, mentre la psicologia dei fenomeni psichici. La metafisica infine prende in considerazione tutti gli oggetti fisici e psichici, reali e non reali, esistenti e non-esistenti e ricerca le leggi a cui obbediscono gli oggetti in generale. Gli Scolastici dicevano che la metafisica è la scienza dell'Essere
  • Dunque chiamasi oggetto tutto ciò che è rappresentato per mezzo di una rappresentazione, affermato o negato mediante un giudizio, desiderato o detestato mediante un moto dell'animo. Gli oggetti sono reali o non-reali, possibili o impossibili, esistenti o non-esistenti. Essi possono essere oggetto di atti psichici, sono dotati di una designazione linguistica che è il nome, formano il summus genus che trova la sua espressione linguistica nel "qualcosa". Tutto ciò che in senso ampio è "qualcosa" si chiama "oggetto", in relazione al soggetto della rappresentazione, ma anche indipendentemente da esso.

Su queste tesi di Twardowski vale la pensa dire che :

  1. La tesi di Kant sembra riecheggiare Parmenide (anche se Parmenide escludeva l'impossibile dall'Essere) ed anticipare le tesi di Meinong (quelle sull'extra-essere).
  2. Il Niente è un oggetto contraddittorio che nega anche un livello basico di esistenza e perciò si trova solo al livello basico di esistenza (dove ci sono anche oggetti descritti da proposizioni contraddittorie) . 'Niente' indica l'assenza ad un livello di esistenza (o addirittura in un contesto di presenza) di un intera classe di individui analoghi (come nel caso: "Prendi il giravite dallo scatolo" con risposta "Qui non c'è niente" cioè "non c'è nessun elemento della classe degli giravite"). Il Niente può definire anche l'assenza di un qualsiasi oggetto ad un certo livello di esistenza, ma in tal caso seppure non contraddittorio esso è appartenente solo al livello ideale di esistenza.
  3. Se qualcosa si forma dalla nostra immaginazione non si tratta di mero contenuto ? O si tratta di oggetto ipotetico ? E un oggetto ipotetico è un oggetto o è solo il nome di un contenuto la cui corrispondenza con un oggetto viene asserita (cioè accompagnata da una credenza) ? Gli oggetti a cui si riferisce la teoria degli oggetti non sono in realtà contenuti ?
  4. Come la teoria degli oggetti di Meinong, la tesi di Twardowski è una forma di fenomenologia senza epoché. Essa è analoga alla mia teoria dei diversi livelli di esistenza. La tesi degli oggetti non-reali che tuttavia possono esistere è analoga a quella del massimo livello proprio di esistenza. Possiamo definire 'reali' gli oggetti il cui massimo livello di esistenza è quello fisico-empirico e non-reali gli oggetti il cui massimo livello di esistenza è più astratto di quello fisico-empirico. La "mancanza di denaro" sussiste, ma non esiste : essa cioè non è un oggetto esistente al livello empirico di esistenza, ma, quando sussiste, esiste al suo massimo livello di esistenza.
  5. Se tutto ciò che è nominato è un oggetto, anche "minollo" (nome senza senso) è un oggetto che ha solo un livello basico di esistenza.
  6. Un sostantivo è un nome. Un espressione sostantivata è una descrizione, un sinn, un contenuto, un'apposizione, una stringa tra virgolette.
  7. Giusto il tentativo di Twardowski di unificare oggetto ed ens, solo che il termine "oggetto" è troppo legato al soggetto pratico-conoscitivo. Altrettanto giusto vedere nell' ente il summus genus, come pure il vedere una verità, una bontà ed una bellezza dell'oggetto a prescindere dalla valutazione (ma questo è più il panteismo di Spinoza che non la Scolastica). Problematico invece è il tentativo di collegare l'unità dell'oggetto con la sua rappresentabilità (questa è prova dell'unità ma non equivale ad essa). La definizione di metafisica fa sì che essa equivalga alla teoria generale degli oggetti di Meinong (la scienza dell'Essere degli Scolastici) . Infine rappresentazione e giudizio non si possono separare nettamente.

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Friday, February 09, 2007

La distinzione di contenuto ed oggetto in Twardowski

Twardowski poi dice che contenuto ed oggetto di una rappresentazione sono distinti sia nel caso l'oggetto esista, sia che non esista. Egli dice che se si dice "Il sole esiste" non si pensa al contenuto di una sua rappresentazione, ma a qualcosa di totalmente distinto da questo contenuto. Le cose non stanno in maniera così semplice nel caso delle rappresentazioni i cui oggetti non esistono perchè si potrebbe pensare che ci sia una differenza logica e non reale tra contenuto ed oggetto.
Sulla natura solo logica di tale differenza Twardowski obietta che:
  • Se contenuto ed oggetto fossero lo stesso, perchè non sarebbero lo stesso quando l'oggetto esiste ed è chiaramente distinto dal contenuto ?
  • Se neghiamo l'oggetto, ma ce lo dobbiamo rappresentare, il contenuto esisterebbe, ma l'oggetto no. Come si spiega senza presupporre la differenza tra contenuto ed oggetto anche nel caso dell'inesistenza dell'oggetto ?
  • Una montagna d'oro è fatta d'oro ed è spazialmente estesa, non così il contenuto della rappresentazione di una montagna d'oro.
  • In un oggetto contraddittorio, le determinazioni contraddittorie non sono attribuite al contenuto della rappresentazione : il contenuto della rappresentazione di un quadrato con gli angoli obliqui non è quadrato, ha gli angoli obliqui. Cosa che invece riguarda l'oggetto della rappresentazione.
  • Prendendo spunto dall'osservazione di Liebmann per il quale il contenuto di nostre rappresentazioni visive, oltre all'estensione spaziale, ha predicati geometrici (posizione, figura) che non sono propri dell'atto di rappresentazione. Liebmann in realtà chiama "contenuto" quello che in realtà è l'oggetto, ma per il resto le sue osservazioni sono corrette, solo che ad esse manca il medium tra atto ed oggetto di rappresentazione in virtù del quale un atto si rivolge a questo determinato oggetto ed a nessun altro. Tale medium non è identico all'atto, anche se costituisce insieme all'atto una singola realtà psichica, ma mentre l'atto di rappresentazione è reale, al contenuto della rappresentazione fa difetto la realtà; all'oggetto invece talvolta spetta la realtà, talvolta no. Ed anche in questa relazione rispetto alla realtà che si esprime la differenza tra contenuto ed oggetto.
  • Altra prova della differenza tra contenuto ed oggetto sono le rappresentazioni interscambiabili, che hanno la stessa estensione, ma contenuto differente. Es. "La città situata sul luogo della romana Juvavum" e "il luogo di nascita di Mozart" hanno significato (sinn) diverso ma designano la stessa cosa (denotatum). Ora il sinn coincide con il contenuto della rappresentazione mentre il denotatum è l'oggetto. Le rappresentazioni interscambiabili sono rappresentazioni nelle quali è rappresentato un contenuto differente, ma per mezzo delle quali è rappresentato lo stesso oggetto.
  • I due contenuti infatti constano di elementi assai diversi : ne "La città che si trova nel luogo di Juvavum" sono collegati i Romani ed un accampamento fortificato, mentre ne "Il luogo di nascita di Mozart" appaiono un compositore e la nascita di un bambino. Entrambi i contenuti però si riferiscono allo stesso oggetto. Le stesse proprietà che appartengono al luogo di nascita di Mozart appartengono anche alla città situata dove si trovava Juvavum. l'oggetto della rappresentazione è lo stesso, ma differente è il loro contenuto.
  • E' facile applicare tale ragionamento alle rappresentazioni il cui oggetto non esiste. Ad es. un cerchio in senso stretto non esiste in nessun luogo, ma lo si può rappresentare sia come figura espressa da un'equazione, sia come una linea i cui punti sono egualmente distanti da un punto determinato. Tutte queste rappresentazioni differenti nel contenuto, si riferiscono alla stessa cosa.
  • Ci sono però difficoltà nell'applicare l'argomento delle rappresentazioni interscambiabili nel caso in cui l'oggetto contiene determinazioni contraddittorie. Se si rappresenta un quadrato che ha gli angoli obliqui ed un quadrato che ha le diagonali disuguali, si hanno due rappresentazioni, in parte differenti, in parte identiche. Ma è difficile stabilire se questi contenuti differenti si riferiscono allo stesso oggetto in quanto mancano tutte le altre rappresentazioni dell'oggetto e perciò non è possibile il prendere conoscenza dell'oggetto della rappresentazione, e non è possibile fare un confronto tra le proprietà di due rappresentazioni interscambiabili, perchè manca la connessione logica tra le note caratteristiche.
  • Si può in realtà constatare in altro modo l'identità dell'oggetto rappresentato da entrambe le rappresentazioni interscambiabili: infatti si può formare la rappresentazione di un oggetto con determinazioni contraddittorie, il cui contenuto è rappresentato da più di un paio di tali determinazioni incompatibili (ad es. una figura quadrata con gli angoli obliqui e le diagonali disuguali). Qui le determinazioni 'quadrato' e 'angoli obliqui' e 'quadrato' e'con diagonali disuguali' contrastano a due a due.
  • Mediante la rappresentazione che ha per contenuto entrambe le coppie di determinazioni, viene rappresentato un singolo oggetto non esistente. Tuttavia si può dividere questa rappresentazione in due parti, rappresentandosi ogni volta solo una delle coppie di proprietà reciprocamente contraddittorie. Ci si può rappresentare la figura quadrata con angoli obliqui e diagonali disuguali, una volta rappresentandosi "un quadrato con angoli obliqui" ed un'altra volta "un quadrato con diagonali disuguali". Secondo questa premessa, ci si rappresenta lo stesso oggetto mediante rappresentazioni solo parzialmente identiche fra loro per quel che riguarda il loro contenuto e dunque tra loro interscambiabili (giacchè l'oggetto è lo stesso). In questo modo, l'argomento delle rappresentazioni interscambiabili a favore della distinzione tra contenuto ed oggetto si può applicare anche alle rappresentazioni i cui oggetti non possono esistere perchè le loro determinazioni sono incompatibili tra loro.
  • Infine (quest'argomento è di Kerry) , come ci sono più contenuti per un oggetto, la rappresentazione generale, sotto cui cade una pluralità di oggetti, ha nondimeno un singolo contenuto, per cui ad un contenuto corrispondono più oggetti.

Le considerazioni che vanno fatte su queste tesi di Twardowski sono le seguenti :

  1. Ci sono casi in cui contenuto ed oggetto sono lo stesso e casi in cui questo non si verifica. Sono lo stesso se ad un oggetto esistente sul piano ideale (questo e non altro è il contenuto) non corrisponde un oggetto esistente a livello fisico (l'oggetto così come è considerato da Twardowski). Non sono lo stesso se invece all'oggetto esistente sul piano ideale corrisponde un oggetto esistente sul piano fisico (effettivo).
  2. Nel caso in cui, negando l'oggetto a livello fisico, ce lo rappresentiamo a livello ideale, c'è un solo oggetto (quello a livello ideale) , per cui contenuto ed oggetto sono uno.
  3. In realtà il contenuto non è altro che un oggetto a livello n di cui ci serviamo per individuare un oggetto a livello n+1. Per cui ci sono coppie equivalenti contenuto/oggetto (gli oggetti sono isomorfi), ma l'oggetto a livello n+1 viene impropriamente chiamato oggetto, mentre la differenza è tra livelli di esistenza degli oggetti e tra funzioni conoscitive assunte tra due diversi livelli di esistenza degli oggetti (dove un oggetto, il più astratto, è strumento per l'individuazione di un altro oggetto isomorfo ad un livello meno astratto di esistenza) . Diciamo che l'oggetto che svolge la funzione di contenuto nel mentre svolge tale funzione non può essere oggetto di conoscenza (questa è la difficoltà evidenziata da Russell nel tentare di rendere denotatum un sinn)
  4. Nella dimensione del contenuto le singole proprietà di un oggetto sono isolabili tra loro , costituiscono un oggetto a e vengono unificate a livello fisico-empirico. ma il contenuto di un oggetto costituisce il plesso delle stesse proprietà e dunque una montagna d'oro ideale è estesa come una montagna d'oro reale.
  5. Nel caso dell'oggetto contraddittorio, anche al contenuto sono attribuibili le proprietà contraddittorie, solo che differentemente dal livello dell'oggetto tali proprietà sono isolate dal contesto, non producono lo Pseudo-Scoto e sono inseribili in un contesto non-contraddittorio attraverso la loro ontologizzazione meta-linguistica. La rappresentazione è non-contraddittoria perchè l'oggetto contraddittorio è diventato "contenuto". La rappresentazione è diversa dal contenuto perchè è sempre l'unione tra un contenuto ed una funzione. La rappresentazione di A è f(A) , per cui la rappresentazione di un oggetto contraddittorio è f(''circolo quadrato'') che si potrebbe rendere come f(f[circolo quadrato]), mentre la rappresentazione contraddittoria di un oggetto contraddittorio è f(circolo quadrato) .
  6. Altra spiegazione è che anche il contenuto di un oggetto contraddittorio è contraddittorio, tant'è che il livello di esistenza di un oggetto contraddittorio non è quello degli oggetti ideali (o sussistenti), ma quello dell'Essere o della Totalità infinita (livello minimo o basico di esistenza) .
  7. Non ci sono diversi atti a seconda dell'oggetto designato. Il problema è che ad un atto di designazione può corrispondere l'assenza dell'oggetto empirico designato. Per spiegare questo paradosso (una denotazione senza denotatum) bisogna ipotizzare che ogni denotazione usi un oggetto a livello ideale di esistenza (livello che costituisce un insieme con infiniti elementi) per individuare un oggetto isomorfo al primo a livello empirico di esistenza (livello con numero finito ma illimitato di elementi). Cioè non vi può essere una denotazione a vuoto (una negazione) senza che la denotazione stessa evidenzi ad un livello più astratto di esistenza cosa si intenda individuare ad un livello più concreto d'esistenza.
  8. La rappresentazione è un oggetto a livello empirico di esistenza che, attraverso un oggetto a livello ideale di esistenza (il contenuto) designa un oggetto che può essere a livello fisico-empirico di esistenza.
  9. Il contenuto di una rappresentazione è una proposizione in cui l'oggetto viene entificato (virgolettato) e dunque nel caso di una contraddizione, l'oggetto contraddittorio può essere argomento di una funzione proposizionale non contraddittoria. Dunque l'oggetto è contraddittorio, ma il contenuto no.
  10. Twardowski ha ragione : ci sono contenuti separabili che si unificano nello stesso oggetto, ma non prima di essersi uniti in uno stesso contenuto aggregato... Nel caso del contenuto aggregato, esso non può essere identico all'oggetto ?
  11. Il contenuto si riferisce ad alcuni aspetti, proprietà, relazioni di un oggetto, relazioni e proprietà che, essendo separabili , possono essere Universali che raggruppano tutte le proprietà e relazioni simili (come le idee platoniche).
  12. Un cerchio in senso stretto non esiste a livello empirico di esistenza, ma esiste a livello ideale di esistenza ed è l'entificazione (oggettivazione meta-logica) di una proprietà (circolare). L'equazione invece è la rappresentazione algebrica (scritta) di un cerchio, mentre una linea circolare è la rappresentazione geometrica (visiva) di un cerchio.
  13. Il fatto che due contenuti si riferiscano allo stesso oggetto è contingente (non c'è relazione necessaria tra la città dove è nato Mozart e quella situata dove c'era l'insediamento di Juvavum) : da ciò la difficoltà di collegare contenuti come "quadrato con angoli obliqui" e "quadrato con diagonali disuguali". Ma ciò accade con tutti gli oggetti ideali e/o narrativi dove l'unione dei contenuti non è data nell'empiria . Non ho ben capito perchè Twardowski si soffermi solo sugli oggetti contraddittori o sugli oggetti con tre proprietà contraddittorie a due a due. Prendiamo il caso del quadrato con angoli obliqui e con diagonali disuguali. La contraddizione sta nel fatto che con quadrato si intende per definizione una figura con proprietà contraddittorie con "avere gli angoli obliqui" e "avere le diagonali disuguali" (solo che una volta entificato, si può dire senza contraddizione "quadrato con angoli obliqui", perchè 'quadrato' ha introiettato e tolto metalinguisticamente il predicato immediatamente contraddittorio con "avente angoli obliqui") . Unificare "quadrato con angoli obliqui" e "quadrato con diagonali disuguali" è solo un di più, fatto presupponendo che è più opportuno collegare "angoli obliqui" e "diagonali disuguali" per compensare le contraddizioni "quadrato con angoli obliqui" e "quadrato con diagonali disuguali" quando queste contraddizioni non sono propriamente tali. Nel caso invece di "circolo quadrato" la contraddizione è il frutto della possibilità di fare di una proprietà (circolare) un oggetto (il cerchio) a cui applicare un'altra proprietà. Perchè la teoria dei tipi di Russell non si oppone però alla oggettivazione delle proprietà che si ha con la costituzione delle figure geometriche ?
  14. L'ultimo argomento di Kerry è quello che ho già argomentato nella proposizione (11). L'astrazione (generalizzazione) si ha quando il contenuto viene considerato come oggetto ? Quando si denota il sinn ? Potrebbe essere un'ipotesi.

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