Monday, September 10, 2007

Il vero come predicato in Frege ed il valore di verità come oggetto

Frege dice che designare i valori di verità come oggetti può sembrare un fatto arbitrario, ma è chiaro che in ogni giudizio inteso come riconoscimento della verità è già avvenuto il passaggio dal livello del pensiero al livello della denotazione. Si potrebbe essere tentati di vedere il rapporto del pensiero con il Vero non come rapporto tra senso e denotazione, ma come quello tra soggetto e predicato. Si può dire infatti che "Il pensiero che 5 è un numero primo è vero", ma con questo non si dice più che "5 è un numero primo".
L'asserzione della verità è in entrambi i casi nella forma dell'enunciato assertivo e quando questo è affermato da un attore sulla scena e non ha la forza abituale, allora anche l'enunciato "Il pensiero che 5 è un numero primo è vero" contiene solo un pensiero.
Dunque il rapporto tra pensiero e Vero non è semplice rapporto tra soggetto e predicato. Soggetto e predicato sono parti del pensiero e conoscitivamente sono a livello del pensiero. Collegando Soggetto e Predicato si rimane sempre nel pensiero e non si passa alla denotazione, ad un livello superiore, al valore di verità del pensiero. Un valore di verità non può essere parte di un pensiero, proprio come non può esserlo il sole, perchè non è un senso, ma un oggetto.
Se la denotazione di un enunciato è il suo valore di verità, questo deve rimanere invariato, quando si sostituisce una parte dell'enunciato con un'espressione avente la stessa denotazione, ma un altro senso. Al di fuori del valore di verità, cosa si potrebbe trovare che tenga conto della denotazione delle parti costitutive e rimanga immutato in una sostituzione del tipo suddetto.
Se dunque la denotazione di un enunciato è costituita dal suo valore di verità, tutti gli enunciati veri avranno la stessa denotazione e così pure tutti gli enunciati falsi. Nella denotazione dell'enunciato viene cancellato ogni aspetto particolare. Ciò che interessa di un'enunciato non dipenderà solo dalla sua denotazione, ma anche il semplice pensiero non dà conoscenza. La conoscenza è la connessione del pensiero con la sua denotazione (il suo valore di verità). Il giudicare è come il progredire (sollevarsi) da un pensiero al suo valore di verità. Si potrebbe anche dire che il giudicare è un distinguere le parti entro il valore di verità e tale distinzione avviene ritornando al pensiero ed ogni senso che appartiene ad un valore di verità (che è vero o falso cioè) corrisponde ad un modo particolare della scomposizione. Si è così trasferito il rapporto tra Intero e parte dall'enunciato alla sua denotazione.


Frege finisce per trattare il Vero e il Falso come oggetti. Lo sono, come tutti i predicati, se considerati metalinguisticamente. Ma in questo contesto si tratta di una tesi che può essere fuorviante.
Inoltre Frege vuole dimostrare che Vero e Falso non sono predicati di un enunciato, in quanto l'enunciato "Il pensiero che 5 sia un numero primo è vero" non aggiungerebbe nulla a "5 è un numero primo". Per dimostrare che quest'argomento è quanto meno controverso basta fare l'esempio inverso : "Il pensiero che 5 sia un numero primo è falso" non aggiunge nulla a "5 è un numero primo" ? Dunque sicuramente Vero e Falso sono predicati che hanno alcune interessanti e paradossali caratteristiche, ma a dire che non sono predicati ce ne vuole.
D'altro canto si può aggiungere che un' eventuale equivalenza logica delle due proposizioni comprometterebbe la natura predicativa della proposizione metalinguistica se e solo se i soggetti delle due proposizioni fossero gli stessi, ma ciò non è. Last but not the least, forse "il pensiero che 5 sia un numero primo è vero" non aggiungerebbe nulla a "5 è un numero primo", Ma il predicato "vero" aggiunge sicuramente qualcosa all'enunciato "5 è un numero primo", giacchè altro è il senso di "5 è un numero primo", altro è l'enunciato "5 è un numero primo" : il predicato "vero" non aggiunge nulla al primo, ma aggiunge sicuramente qualcosa al secondo.
Frege dice che l'asserzione della verità risiede nella forma della proposizione assertoria e dove questa non possegga la sua forza abituale (ad es, in bocca ad un attore) la stessa proposizione metalinguistica enuncierà nulla più che un pensiero.
Anche qui c'è qualcosa da dire : Se l'asserzione della verità risiede nella forma, che c'entra la forza ? E nel caso c'entri la forza, come si può verificare la sua presenza ? E il fatto che una proposizione metalinguistica possa essere falsa cosa c'entra con la natura predicativa di "vero" e "falso" ?
E' vero che collegando Soggetto e predicato non si trapassa alla denotazione. Ma esiste una proposizione che effettua questo trascendimento ? Forse il movimento dal linguaggio al metalinguaggio può candidarsi a tale ruolo ed Hegel lo aveva intuito. Il Vero è una sorta di predicato metalinguistico la cui apparente ridondanza implica forse il carattere di scelta libera del trascendimento metalinguistico stesso e della fondazione apriori del sapere.
Frege dicendo poi che un valore di verità non può essere parte di un pensiero, confonde ciò che è esterno al pensiero con una cosa, per cui il Vero diventa come una cosa, che sarebbe inattingibile al pensiero. Ma il linguaggio ha implicita in sè proprio questa capacità di autotrascendimento, di riferirsi a ciò che è altro da sè.
Non solo l'intenzionalità costituisce tale facoltà di autotrascendimento, ma anche il movimento verso il metalinguaggio, dove all'interno del linguaggio stesso si riproduce la relazione tra linguaggio e Realtà esterna al linguaggio (cosa che evidenzierà anche Wittgenstein). La stessa denotazione, come la realtà in sè kantiana costituisce una delle porte girevoli attraverso le quali il linguaggio si autotrascende in barba ai divieti di Frege.
E ancora tutte le proposizioni (vere o false) hanno denotazione ? O ce le hanno solo quelle vere ? Frege poi arriva alla conclusione (metafisicamente suggestiva) che tutte le proposizioni vere hanno al stessa denotazione (il Vero), quasi a rapportare tutte le proposizioni in un Intero, in un sistema che le tiene collegate le une alle altre. Tuttavia tale concezione, senza una metafisica che la supporti, sembra solo una ulteriore conseguenza paradossale di un assunto errato (il valore di verità come denotazione delle proposizioni,quando invece tale denotazione è costituita dagli stati di cose, dagli eventi), una notte illogica dove tutte le proposizioni vere sono equivalenti, dove tutte le vacche sono nere.
Forse Frege intuisce il contesto filosofico in cui far vivere questa sua tesi, quando dice che per la conoscenza non basta nè il senso nè la denotazione, ma è necessario sia l'uno che l'altra : conoscenza è il sollevarsi di un pensiero al suo valore di verità. Detta così rapsodicamente però tale proposizione sembra solo un punto interrogativo, un momento lirico all'interno di un discorso tutto diverso.
. Si dice comunque (ed è tesi interessante) che Frege ci abbia mostrato come il passaggio da una proposizione ad un’altra avente lo stesso valore di verità (ad es. la conservazione del vero) possa costituire un vero progresso nella conoscenza. Ma la logica così rappresentata è allora cosa diversa da un insieme di mere tautologie ?

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Monday, February 26, 2007

Meinong e la rappresentazione di oggetti nel tempo

Meinong tratta poi la rappresentazione di oggetti nel tempo. Egli dice:
  • Ci sono casi in cui il superius assume la posizione preminente (si trova cioè al centro dell'attenzione oppure all'interno della sfera del giudizio) . Essi sono quelli dove gli inferiora temporalmente separati formano tuttavia una melodia (superius) la cui rappresentazione implica la contemporanea rappresentazione di tutte le note che la compongono.
  • Ci sono inferiora la cui successione nel tempo ha del fortuito ed inferiora per i quali la successione nel tempo è in qualche modo pertinente alla natura della cosa. C'è un tempo interno ed un tempo esterno della rappresentazione. Bisogna inoltre distinguere tra tempo dell'atto, tempo del contenuto e tempo dell'oggetto della rappresentazione, stante il fatto che seppure rappresento in un determinato tempo, non per questo devo rappresentare quel che rappresento nella stessa determinazione temporale. C'è anche un tempo dello pseudo-oggetto, ovvero un tempo in cui l'oggetto della rappresentazione pseudo-esiste. Tempo dell'atto e tempo del contenuto sono inevitabilmente coincidenti nel tempo della rappresentazione. Si riduce al tempo del contenuto anche il tempo dello pseudo-oggetto e cioè il tempo in cui il rappresentato esiste nella rappresentazione e cioè pseudo-esiste.
  • La distinzione tra tempo dell'atto e tempo dell'oggetto si evidenzia nel momento in cui ricordiamo (rappresentiamo cioè un oggetto passato). Vanno distinti anche oggetti trattuali (la cui natura richiede un tratto di tempo per svilupparsi) ed oggetti puntuali (che sembrano concentrati in un singolo punto del tempo) , ma che in realtà si trova in una sezione temporale trasversale.
  • Va operata la distinzione tra oggetti temporalmente distribuiti (o ripartiti nel tempo) ed oggetti temporalmente indistribuiti. La rappresentazione di un oggetto distribuito può e/o deve essere essa stessa un oggetto temporalmente distribuito ? Se deve essere rappresentato un oggetto temporalmente distribuito, può o deve corrispondere alla successione dell'oggetto una successione del contenuto ? A tale domanda c'è una risposta positiva ingenua per cui , quando ad es. si rappresenta un movimento lo si segue con lo sguardo e secondo i luoghi che il mobile occupa in momenti diversi, l'osservatore otterrà approssimativamente negli stessi tempi sensazioni diverse. Dunque col tempo dell'oggetto procederebbe del tutto parallelamente il tempo del contenuto che sembra escluso si possa concentrare in un punto. Ma se si associa ad ogni frazione di evento la corrispondente rappresentazione non si riesce poi a sintetizzare le diverse rappresentazioni segmentate in una macro-rappresentazione per cui non puoi dire che i tratti complessivi siano rappresentati nel tempo corrispettivo.
  • Ci sono poi casi in cui ad es, comunque la sfera percorre un pezzo della sua via dopo l'altro oppure in cui un libro si legge per intero anche quando se ne sia letta una pagina dopo l'altra. Perchè in questi casi la difficoltà non si fa valere ? La risposta sarebbe che si riunisce spesso sotto il nome di un solo oggetto ("libro") quello che in verità non è che un collettivo di oggetti (pagine), che, se sono temporalmente divisi (la progressiva lettura), nulla impedisce che si dia anche un'apprensione successiva di questi singoli oggetti e dunque un'apprensione successiva di un oggetto unico per convenzione. Se si trattasse di un oggetto realmente unitario con parti successive, in tal caso un rappresentare successivo rappresenterebbe le parti, ma non il tutto. In generale gli oggetti distribuiti nel tempo di ordine superiore possono essere rappresentati solo per mezzi di contenuti indistribuiti nel tempo. Gli inferiora debbono essere dato alla rappresentazione simultaneamente sebbene non come contemporanei.
  • C'è chi pur riconoscendo come insufficiente la mera successione delle rappresentazioni degli inferiora, non accetta la tesi della rappresentazione simultanea e parla di coincidenza di rappresentazioni di inferiora. Tuttavi il superius è più che il collettivo obiettivo degli inferiora ed inoltre far intervenire innaturalmente la percezione interna per rappresentare una melodia differirebbe solo il problema giacchè si dovrebbe stabilire il modo in cui si dovrebbe assumere la relazione tra i membri succedentisi da parte della percezione interna (se mediante un mero rappresentare successivo delle due rappresentazioni o in altra maniera).simultaneità,
  • C'è poi la tesi per cui se ad una rappresentazione percettiva dell'oggetto A segue una dell'oggetto B, il soggetto può essere modificato dalla rappresentazione di A e tale modifica si fa valere nell'oggetto B mediante un aggiunta oggettuale. Rappresentare un superius distribuito, secondo questa tesi, consisterebbe nel rapprsentare quest'oggetto aggiuntivo che compare alla fine della successione, oppure nel rappresentare prima gli inferiora e poi quell'aggiunta all'incirca contemporanea all'ultimo inferius. In realtà è impossibile rappresentare un superius se i suoi inferiora non vengono rappresentati.
  • La distinzione in questo caso tra tempo dell'atto e tempo del contenuto non è proponibile : sarebbe infatti assurdo attribuire ad una rappresentazione che esiste un contenuto che non esiste. Infine superius temporalmente distribuiti non sono rappresentabili in maniera distribuita in quanto il superius è più del collettivo degli inferiora e contemporaneamente non può essere rappresentato senza che lo siano gli inferiora.
  • La rappresentazione intuitiva di un intero (es. una melodia) presuppone la percezione dei suoi momenti (le note) nella giusta successione. La simultaneità ottenuta non va pensata come se alla fine tutte le note della melodia risuonassero insieme. Nè ci si può rappresentare un cambiamento di colori come un miscuglio di colori o il movimento nello spazio come il trovarsi di una cosa in più luoghi. Deve piuttosto farsi valere la situazione temporale dei loro oggetti l'uno in rapporto all'altro, per cui mi rappresento le note della melodia contemporaneamente, ma non come contemporanee.
  • C'è poi il caso in cui paragonando due colori o due suoni me li rappresento uno dopo l'altro, ma non me li rappresento come l'uno successivo all'altro, anche perchè le realtà corrispettive esistono simultaneamente sia perchè la successione delle rappresentazioni è casuale. In questo caso il superius non è un oggetto distribuito e la rappresentazione di questi oggetti non può essere un fatto distribuito e nel tempo in cui un superius viene rappresentato, tutti gli inferiora debbono essere rappresentati simultaneamente.
  • Non è vero che per rappresentare un superius sia sufficiente che le rappresentazioni degli inferiora formino un qualsivoglia intero : esse debbono entrare in una ben determinata relazione tra loro e formare complessioni ben determinate. Presupporre la contemporaneità delle singole rappresentazioni verbali per la comprensione di un enunciato vuol dire non saper distinguere tra le parole ed il loro senso. La tesi di simultaneità può essere compromessa solo confondendo "il rappresentare contemporaneamente" e "il rappresentare come contemporanee" (confondendo cioè tempo della rappresentazione e tempo dell'oggetto).
  • Stern dice che non appena si crede alla possibilità di una percezione diretta dei rapporti temporali, l'atto di coscienza in cui avviene questa percezione non può più essere in sè puntuale. Egli parla di tempo di permanenza psichico, i cui contenuti di coscienza possono formare un atto di coscienza unitario. In realtà Stern non distingue tra atto, contenuto ed oggetto della rappresentazione. Egli rifiuta che la percezione di un fatto temporale trattuale sia conciliabile con la tesi per cui atto e contenuto di una rappresentazione non possono stare temporalmente separati. Se io rappresento solo quel che rappresento "tutto in una volta", allora io giudico solo su ciò che giudico "tutto in una volta". E' notorio però che si può percepire solo ciò che è, non ciò che fu o ciò che sarà : l'atto percettivo dunque pare essere contemporaneo solo al percepito.
  • Dato che si può percepire solo quel che è reale e il punto temporale è un limite ideale, allora se la percezione è limitata al punti di presenza, essa non può percepire niente. Ma se non possono esistere i punti come potrebbe esistere qualcosa di esteso ? E se i punti non fossero allora un tratto si interromperebbe ? In realtà l'esistenza non si nega al punto, ma al punto isolatamente considerato, che sussiste ma non esiste. Là dove è il punto, esiste qualcosa che però non si limita al punto.
  • Schumann dice che, poichè il passato non è più e il futuro non è ancora, il tempo è qualcosa di reale, consistente di due parti che non sono reali. In realtà paradossi del genere sono attribuibili a problemi relativi alla definizione di "esistenza". Per alcuni "L'ultima neve discioltasi" è qualcosa che in quanto trascorsa è ideale, mentre "La montagna d'oro" senza determinazione temporale è reale (sebbene mai esistita e mai esistente in futuro). E' innaturale sussumere entrambi i casi semplicemente sotto lo schema del non-esistente, ma al tempo stesso pure è innaturale concedere maggior gradi di realtà a ciò che in nessun tempo è stato rispetto a ciò che è stato effettivamente presente. La fattualità del passato (così connaturale ad ogni interesse storico) a cui si affianca l'urgenza del futuro, richiede inevitabilmente l'inclusione del passato e del futuro nell'ambito del reale. Con ciò si supera l'introduzione ingiustificata nel nostro concetto di esistenza di un momento del tutto soggettivo per cui ogni esistenza si presenta determinata come passato/presente/futuro, mentre questa determinazione è solo una relazione tra tempo del giudizio e tempo dell'oggetto, relazione causale sia per il reale che per il soggetto conoscente.
  • La conoscenza di un reale non ha nessun rapporto con la sua effettività e dunque non è detto che il passato (essendo reale) non sia percepibile e pur considerando la memoria una supposizione (per quanto incerta) si può percepire il passato nei giudizi mnemonici immediatamente precedenti il tempo dell'atto e certi e sicuri per le esigenze pratiche.
  • Consideriamo gli oggetti temporalmente indistribuiti (es. un libro posto innanzi a me, un suono perdurante) dove all'atto del giudizio (che occupa un certo tratto di tempo) sta a disposizione un contenuto parimenti costante. Ma quanto viene conosciuto non è un oggetto costante come tale, ma costantemente lo stesso oggetto. Poichè il percepito è condizione della percezione, è garantito che percezione e percepito coincidano nel tempo e la percezione rimane valida. Se l'oggetto temporalmente indistribuito è costante, allora vale anche per esso, come per ogni oggetto temporalmente distribuito che due tratti coincidenti lo sono per appaiamento delle loro parti complessive e che tali appaiamenti non riguardino tratti, ma punti.
  • Se dunque l'oggetto percepito arriva a coincidere con il giudizio percettivo ciò non avviene con nessun tratto temporale. Quindi se il giudizio apprende l'oggetto temporalmente esteso, per ogni punto messo in evidenza entro la durata temporale di questo giudizio, allora il giudizio verterà su passato o su futuro, ma non su qualcosa di contemporaneo al giudizio, se non in minima parte (l'attimo) . A questo proposito, nasce il dilemma per cui A) o non si dà percezione oppure B) o si rinuncia alla contemporaneità tra percezione e percepito. (A) sarebbe ipotizzabile solo se quei fatti (prima indicati come percezioni) perdessero ogni peculiarità rispetto ad altri giudizi. In realtà la contemporaneità poggia sul presupposto del fatto che la percezione ha come causa la realtà su cui verte. Ma tale dipendenza a stretto rigore non consente (o almeno non richiede) la contemporaneità in quanto la dipendenza concerne solo le parti che si restringono sino ai punti, ma non i due interi. al decorso della realtà è più o meno concomitante la rappresentazione percettiva di detta realtà e "con ogni punto di questa linea oggettuale" comincia lo sprofondare dell'oggetto nel passato e si produce un giudizio il cui grado di certezza starà in rapporto funzionale con questo profondare.
  • Ciò produce non già un numero infinito di giudizi di collegamento, ma un unico n-complesso giudizio, il cui oggetto o cresce continuamente col mutare della realtà o rimane inalterato se la realtà è immutata. Comunque siamo di fronte ad un fatto di rappresentazione e giudizio più complicato dei semplici fatti della percezione, ma comunque che rende precisamente conto della differenziazione tradizionale del sapere fattuale in sapere della realtà presente e sapere della realtà non presente. La percezione non dipende dalla contemporaneità col percepito, ma neppure è compromessa dalla contemporaneità tra atto e contenuto del giudizio. Pertanto posso anche percepire qualcosa di passato, ma non oltre ogni limite. Il tempo in cui si estende questa percezione lo si chiama "tempo di presenza". Definire questo tempo con l'ausilio del concetto di unità è forse inadeguato.
  • I fatti psichici ed in particolare i contenuti possono sicuramente confluire in unità in molteplici maniere (ossia costituire diverse complessioni) senza che in ciò sia coinvolta la percezione. Tuttavia un rimando al carattere unitario di ciò che è presente è comunque un punto essenziale : se da un punto di osservazione vedo un treno attraversare la campagna, allora chiamo presente il suo movimento, forse anche nel caso in cui il tempo durante il quale posso seguirlo non sia del tutto breve. Il fischio della locomotiva ed un susseguente strido d'uccello difficilmente li dichiarerò presenti anche se ho udito il fischio dopo l'inizio e lo strido prima della fine del movimento da me "visto". Infatti difficilmente ci sarà un punto di vista dal quale fischio e strido si uniscono per me in un tutto.
  • Al principio della contemporaneità tra percezione e percepito viene sacrificato il principio della contemporaneità di atto e contenuto percettivo. Se si può percepire un suono o un colore allora si può percepire anche una melodia o un movimento, purchè si svolgano entro i limiti del "tempo di presenza". Sia la melodia che il movimento si possono percepire solo quanto ai loro elementi, giacchè la complessione ideale (che è anzitutto relazione ideale) basata e fondata da quegli elementi, a rigore può tanto poco essere percepita quanto esistere. L'opposizione tra sapere percettivo e sapere mnemonico perde la sua apparente asprezza ed anzi quasi il passato diventa l'unica cosa percepibile. Per rappresentare un superius (la melodia) di inferiora temporalmente diversi, occorre rappresentare questi inferiora simultaneamente.
  • Come mai se la percezione si riferisce a suoni verbali, si riescono a comprendere le parole ? Come una deduzione può operare se le premesse sono assenti alla percezione nel momenti in cui è presente la conclusione? Il tentativo di contestare l'esistenza di oggetti fondati di ordine superiore in base alla testimonianza supposta fallimentare della percezione interna, presuppone invece come non percepito e non percepibile (inesistente) ciò che è soltanto percettivamente fugace.
  • Gli oggetti di ordine superiore sono oggetti propri della psicologia. la quale come tutte le scienze, non può avere altra base che l'esperienza, ma fino a questo momento non ha ooservato tali fattualità che sembravano andare oltre l'analisi del dato.

  1. I casi in cui i superius assumono la preminenza corrispondono alle proposizioni metalinguistiche. Esiste la proprietà logica dell' "asserito", corrispondente a quella psicologica dell'essere al centro dell'attenzione e a quella grammaticale della proposizione principale. In questo caso però non si tratta tanto di relazioni e di complessioni logiche (es. proposizioni molecolari) , ma di complessioni reali (totalità organiche di fenomeni) , oggetti scientifici e non tanto logico-formali.
  2. Che vuol dire che l'oggetto della rappresentazione pseudo-esiste ? A mio parere il fatto che il tempo del contenuto coincida con il tempo dell'atto è dovuto al carattere atemporale del contenuto (idea platonica, oggetto eterno di Whitehead) che si adatta perciò ogni volta al tempo dell'atto. La pseudo-esistenza poi è una sorta di esistenza narrativa ? E perchè Guglielmo di Baskerville dovrebbe esistere nello stesso tempo dell'ideazione de "Il nome della Rosa" ? O tale determinazione temporale non equivale a quella della pseudo-esistenza dell'oggetto ? In tal caso però la riduzione al tempo dell'atto, toglierebbe ogni spessore al contenuto che svanirebbe con la distinzione tra atto (la rappresentazione) ed oggetto. In tal caso la pseudo-esistenza dell'oggetto non sarebbe altro che la sua rappresentazione (e dunque coinciderebbe con l'atto) . A mio parere sarebbe più semplice distinguere tra I) Tempo dell'atto di rappresentazione (es. oggi) ; II) Tempo del contenuto (atemporale : l'oggetto eterno "Guglielmo da Baskerville") ; III) Tempo dell'oggetto (il Medioevo).
  3. Parlare di pseudo-esistenza è fuorviante giacchè non distingue tra tempo esterno e tempo interno, mentre invece nell'atto della lettura l'oggi non è più il 2005, ma è un'altra situazione spazio-temporale. Al posto di tempo dello pseudo-oggetto parleremo di meta-tempo vissuto (o fenomenologico) che è quello che si concretizza ad es. nella lettura e che è un pragma metalinguistico con cui l'oggetto eterno è assunto nell'esperienza.
  4. Cosa si intende per sezione temporale trasversale ? Si potrebbe intendere questo e cioè che ontologicamente l'oggetto è un evento (in senso whiteheadiano) che occupa una sezione dello spazio-tempo, solo che viene di volta in volta appercepito da diverse prospettive monadiche e dunque viene visto di volta in volta come istantaneo (si pensi ad un'automobile che corre per la strada). Inoltre un oggetto presunto istantaneo ha sempre una durata sia pure infinitesimale. Infine gli oggetti eterni (che possono sempre comparire di nuovo) hanno una manifestazione carsica e cioè esistono sempre ma sono percepiti in maniera discontinua.
  5. Meinong traspone nel campo epistemico i problemi ontologici legati ai paradossi di Zenone. A proposito di queste sue tesi, un collettivo di oggetti non è a sua volta un oggetto vero e proprio ? Inoltre non è più corretto dire che c'è un'apprensione successiva di un oggetto collettivo, ma apprendendo di volta in volta istantaneamente le singole pagine ? Meinong poi non fa alcun esempio di oggetto unitario : si tratta del corpo in movimento di cui si è parlato prima ? Ma questo non sarebbe più propriamente un evento ? Un oggetto unitario con parti successive non sarebbe un oggetto sovratemporale ? Non ci può essere rappresentazione distribuita ? E l'apprensione successiva di cui si è parlato a proposito dei collettivi di oggetti ? E' un'apprensione che si ha (alla fine del processo) di tutti gli eventi succedutisi ? Come dice Meinong, trattasi di rappresentazione simultanea di eventi non contemporanei ?
  6. Ma pur se il superius fosse qualcosa in più che il collettivo degli inferiora, ciò non potrebbe essere una risultante casuale della coincidenza tra rappresentazioni di inferiora ? Meinong ha comunque ragione nel dire che l'aporia si ripresenterebbe dalla dimensione degli oggetti nella dimensione delle rappresentazioni.
  7. Meinong tocca una questione interessante anche nella notazione numerica dove se alla unità I (A) si aggiunge un'altra unità I (B) immediatamente si dà una coppia II (aggiunta e superius) . In questo caso gli inferiora sono in un certo senso conservati. Nella numerazione binaria però da 1 se ad esso aggiungi 1 il risultato è 10 dove il primo posto e zero, cioè vuoto e le due unità binarie sono in un certo senso sparite per far posto all'unità dell'ordine superiore (in questo caso 2). L'obiezione di Meinong circa la necessità di rappresentare gli inferiora (per rappresentare un superius) vale solo per una variante della tesi discussa. Inoltre questa tesi non renderebbe impossibile il linguaggio stesso dove dei nomi sostituiscono stringhe linguistiche più lunghe e complesse (definizione) ? Non sarebbe possibile la sostituzione delle operazioni matematiche con i loro risultati.... Piuttosto è necessario stabilire che ontologicamente i momenti non vengono annullati, ma ricompresi nel risultato ed oltre tutto rimangono nella loro inseità all'interno della struttura atemporale dell'Essere.
  8. Tuttavia è possibile che un contenuto abbia un'esistenza ideale senza che sia in atto la rappresentazione corrispondente, giacchè il contenuto pertiene all'eterno e la rappresentazione al tempo. L'argomentazione di Meinong sui superius temporalmente distribuiti si può tradurre così in termini ontologici : Un intero sovratemporale va appreso con un atto unitario (pena la rimozione della sua unità) , ma non collocato nel tempo (pena la perdita del fatto di essere un intero e di avere più momenti) . Si tratta allora di un'intuizione mistica ? Il fatto inoltre che il superius sia più del collettivo fa pensare al platonismo ed all'intensionalità (contro il nominalismo) , mentre il fatto che il superius presupponga gli inferiora fa pensare alla correlazione tra tutto e parte.
  9. Come però si inserisce questa giusta successione ? Meinong indica un'esigenza razionalistica, ma non dà una soluzione che soddisfi tale esigenza. Inoltre, cosa più importante, l'atto di rappresentazione delle note della melodia è temporalmente puntuale, a livello oggettuale vi è una successione ordinata, ma a livello di contenuto cosa succede ? Se ci fosse una successione ordinata, tempo dell'atto e tempo del contenuto divergerebbero dissolvendo la rappresentazione, ma se ci fosse un contenuto di inferiora compresenti si rischierebbe una rappresentazione confusa di un processo coerente e la conoscenza risulterebbe ancora una volta impossibile. Come risolvere questa impasse?
  10. Se è necessario rappresentare successivamente anche oggetti compresenti (nel paragone), perchè la rappresentazione successiva di note deve essere oggettiva al punto di essere riprodotta anche in una rappresentazione non distribuita ? Se cioè la successione ordinata sembra essere più un'istanza percettiva ed epistemica, perchè bisogna presupporne l'oggettività ontologica ? Una melodia non può essere una risultante esteticamente rilevante di una delle possibili successioni di un certo insieme di note ? La natura atemporale dell'oggetto distribuito non può essere il solo insieme delle sue parti e non una sua successione ordinata (il complesso carnapiano) ?
  11. Meinong poi si involve nelle sue stesse contraddizioni: infatti A) Se la rappresentazione degli oggetti di un superius non è un fatto distribuito, come è che nel caso della comparazione rappresentiamo successivamente oggetti compresenti ? Meinong gioca oscillando tra tempo dell'atto e tempo del contenuto ? Ma questi non debbono essere coincidenti ? B) Come è che nel tempo in cui un superius viene rappresentato, tutti gli inferiora devono essere rappresentati simultaneamente ? Se tutti gli inferiora sono rappresentati simultaneamente non c'è un tempo (nel senso di serie successiva di momenti) in cui il superius viene rappresentato, in quanto anch'esso viene rappresentato simultaneamente.
  12. Meinong distingue tra complessi (ordinati) e insiemi(non ordinati) , ma trascura il fatto che qualsiasi rappresentazione dà sempre un complesso e quindi non ci sono rappresentazioni degli inferiora che non danno un superius. Del resto l'insieme è solo la classe non rappresentabile (ma solo pensabile intensionalmente) di tutti i complessi ottenibili con gli elementi dati.
  13. La distinzione tra "rappresentare contemporaneamente" e "rappresentare come contemporanee" reggerebbe se non si dovesse nel frattempo decidere a quale dei due tempi si conforma il tempo del contenuto (al tempo dell'atto o a quello dell'oggetto ?) ? Perchè a tal proposito Meinong presenta il tempo della rappresentazione come unitario senza prevedere la problematicità di tale assunto ? Se l'oggetto fosse unico, il tempo del contenuto potrebbe tranquillamente essere diverso dal tempo dell'oggetto. Ma quando gli oggetti sono di più e bisogna individuarne la successione, tempo dell'oggetto e tempo del contenuto dovrebbero coincidere, pena l'errore cognitivo. E Meinong sta forse parlando della rappresentazione mancata ? Non sembrerebbe.
  14. Non vale nulla distinguere tra tempo dell'atto e tempo dell'oggetto, giacchè bisognerebbe spiegare quali sono le condizioni di possibilità della differenza tra tempo dell'atto tempo dell'oggetto. Com'è che si può percepire nello stesso tempo un processo che si realizza in una successione di tempi diversi ? Ogni percezione è mistica ?
  15. La possibilità di formare un atto di coscienza unitario con contenuti di coscienza distribuiti nel tempo va ontologicamente spiegata riflettendo sul rapporto tra tempo (molteplicità) ed Eternità (unità) . Altrimenti l'aporia del rapporto tra relazioni temporali e percezione puntuale si ripresenta nella relazione tra tempo di presenza (molteplicità di momenti e contenuti) e unitarietà dell'atto di coscienza. La percezione di un fatto temporale trattuale presuppone il carattere temporale della rappresentazione (l'atto) ma il carattere sovratemporale del contenuto (oggetto eterno).
  16. Circa il rappresentare e il giudicare "tutto in una volta", questo potrebbe presupporre l'isomorfismo tra rappresentazione e giudizio, per cui il rappresentare avviene a livello di linguaggio-oggetto, mentre il giudizio si verifica a livello di meta-linguaggio. Al tempo stesso rappresentare ciò che rappresento "tutto in una volta" potrebbe invece essere meglio detto come "rappresentare tutto in una volta (intensionalmente a livello metalinguistico) quel che a livello di linguaggio-oggetto rappresento in maniera estensionale (distribuita)". Così pure giudicare ciò che giudico "tutto in una volta" potrebbe essere meglio detto come "giudicare come termine (a livello metalinguistico) quello che a livello di linguaggio-oggetto è un'intera proposizione".
  17. Contrapporre ciò che è a ciò che fu o a ciò che sarà vuol dire confondere ciò che è con ciò che è presente spazio-temporalmente. Inoltre come può Meinong, ammettendo questo assunto, ipotizzare una differenza tra tempo dell'atto e tempo dell'oggetto ? Come sarebbe possibile il ricordo se in un certo qual modo esso ricordo non è una forma di percezione ?
  18. Meinong parla poi del percepire introducendolo di soppiatto quando dice che quel che vale del giudicare in genere vale anche del percepire in particolare. Ma in questo modo egli non identifica rappresentare e giudicare, rappresentare e percepire ed infine percepire e giudicare ? E se è così e se non si può percepire ciò che è, non si può nemmeno rappresentare ciò che non è....
  19. Da un lato Meinong distingue nettamente "ciò che è" da "ciò che fu" e da "ciò che sarà", ma poi egli vuole dare a 'ciò che è' una durata, altrimnenti non sarebbe reale, ma solo ideale. In tal modo si arriva al dissolvimento agostiniano del tempo o nell'ammissione che 'ciò che è' ricomprende nell'istante atemporale 'ciò che fu' e 'ciò che sarà'. Solo ciò spiega perchè si possa avere conoscenza istantanea della durata (e dell'eterno). Per cui dire, come fa Meinong, che si percepisce solo ciò che è (presente) ora, non ha senso in quanto 'ciò che è' non si riduce mai a 'ciò che è ora'.
  20. Qual è la differenza tra il punto ingenuamente considerato e il punto isolatamente considerato in sè ? Se qualcosa esiste là dove è il punto, perchè il punto non esiste ? Il tratto si interrompe ? E come infiniti punti solo sussistenti danno luogo a qualcosa che esiste ? In realtà l'idealità del punto è epistemica (non possiamo arrivare al punto) ma non ontologica (il punto esiste) .
  21. Sulla tesi di Schumann circa il tempo va steso un velo pietoso, perchè affermata così senza spiegazione è insostenibile. Meinong giustamente argomenta circa l'esistenza di diversi ordini di esistenza. In realtà non si tratta di distinguere tra tempo del giudizio e tempo dell'oggetto, ma di considerare, dal punto di vista dell'esistenza, le relazioni temporali come se fossero relazioni spaziali e così il passato come "A sinistra di...", il futuro come "A destra di..." e il presente come "Di fronte a....". Insomma le relazioni temporali come relazioni topologiche rispetto alla coscienza.
  22. Con la teoria dei mondi possibili forse si può considerare percezione anche la memoria fallace : essa percepisce eventi passati in mondi possibili simili ma non identici al nostro mondo possibile. Perciò essa è pragmaticamente fallace, ma comunque si riferisce ad entità esistenti e ad eventi accaduti.
  23. Ritengo che il contenuto sia eterno anche se l'oggetto è fugace (oggetti eterni di Whitehead) , mentre nel caso degli oggetti indistribuiti è l'oggetto ad essere costante, giacchè cambiando impercettibilmente non è mai lo stesso oggetto (cioè non è mai completamente identico a se stesso nel corso del tempo in cui permane).
  24. Meinong vuole forse dire che l'esistenza del percepito è condizione oggettiva della percezione o che il percepito (con un'azione specifica) causi la percezione ? Se si tratta del secondo caso, cosa lo rende certo di questa tesi ? Una visione fisicalista ? Inoltre in questo caso, se noi vediamo una stella adesso estinta che secondo la fisica odierna ha causato la nostra percezione, che ne è di questa tesi di Meinong ? Infine una cosa passata dal momento che è esistente (in una certa accezione) perchè non può essere percepita, senza porre tante condizioni e limitazioni ?
  25. Meinong torna poi alle sue involuzioni aporetiche. Infatti : a) come può un oggetto costante essere indistribuito ? Si tratterebbe di una contraddizione in termini. b) Due punti, dal momento che costituiscono una realtà ideale, si possono appaiare ? c) Un appaiamento per più punti non comporta un appaiamento per un sia pur piccolo tratto ? d) Un giudizio che si debba estendere per la stessa durata temporale dell'oggetto non contraddice la tesi dell'autonomia del tempo dell'atto dal tempo dell'oggetto ?
  26. Meinong sembra poi giustamente abbandonare la tesi della contemporaneità tra percepito e percezione, ma a questo punto dovrebbe aggiungere che anche questa è una prova (o almeno un indizio) del fatto che il reale non si riduce al presente (la stella morta brilla ancora in cielo e dunque in un certo senso continua ad esistere). Accettando l'idea del tempo di presenza di Stern egli accede ad un' idea di oggetto esteso nel tempo (evento?) che andrebbe collegato all'epistemologia di Whitehead.
  27. Che l'unità non implichi necessariamente la percezione non vuol dire che la percezione non sia una forma di unità e che dunque l'unità non si predichi della percezione. L'argomento di Meinong dunque non è cogente.
  28. Il presente non è l'istante e c'è un presente tense e un present progressive, per cui forse l'accezione di presente al treno che passa è diversa da quella di presente relativo al fischio della locomotiva. Si parla inoltre anche di presente storico che può inglobare anche qualche decennio.
  29. Perchè se percezione (l'unione di atto e contenuto nella rappresentazione ?) e percepito sono contemporanei, atto e contenuto non devono esserlo ? Al contrario solo se percezione e percepito sono asincrone allora ci può essere una discrasia tra atto e contenuto di una rappresentazione (se il contenuto ad es. tende a seguire il percepito). Quali sarebbero poi i limiti del tempo di presenza ? In realtà non ci sono limiti prestabiliti, come si può desumere dall'esempio del treno che passa.
  30. Se la melodia si può percepire solo quanto ai suoi elementi, allora non si percepisce la melodia. Inoltre la complessione non corrisponde alla relazione, ma al complesso carnapiano. Infine i complessi esistono allo stesso modo dei loro elementi, mentre le relazioni hanno un livello proprio di realtà. Ed ancora ammettendo pure che la relazione non sia percepita, questo non vale per le complessioni (intese come complessi carnapiani) che possono ad es. coincidere con fenomeni materiali.
  31. I suoni verbali sono oggetto di sensazione, mentre la percezione fa riferimento al sinn delle parole, dal momento che essa è applicazione del pensiero. Il fatto è che la percezione è lo strumento con il quale già si trascende l'attimo fuggente attraverso l'evidenziazione di strutture di senso. la possibilità di attingere ad un'evidenza mediata è un forte indizio di questa facoltà, che i Neopositivisti non riconoscendo, han bisogno di spiegare con la riduzione della conoscenza analitica a tautologia.

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Sunday, February 11, 2007

La teoria delle componenti di un oggetto di Twardowski

Compendio della teoria di Twardowski delle componenti di un oggetto.
  • Componenti materiali del primo ordine (parti di un intero)
  • Componenti materiali del secondo ordine (parti delle parti di un intero)
  • Componenti formali primarie o proprietà (relazioni tra parte e intero)
  • Componenti formali primarie di primo ordine (relazioni tra componenti materiali del primo ordine e intero)
  • Componenti formali primarie del secondo ordine (relazioni tra componenti materiali del secondo ordine e intero)
  • Componenti formali primarie di secondo grado (relazioni tra componenti materiali del secondo ordine e componenti materiali del primo ordine).
  • Componenti formali secondarie (relazioni tra componenti formali primarie VEL relazioni tra componenti materiali VEL relazioni tra componenti formali primarie e secondarie VEL tra componenti formali primarie del primo ordine e del secondo ordine)
  • Componenti formali secondarie di secondo ordine (relazioni tra componenti formali primarie di secondo ordine)
  • Componenti formali secondarie di secondo grado (relazioni tra componenti formali primarie di secondo grado)

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Le componenti formali secondarie dell'oggetto in Twardowski

Twardowski poi parlando delle componenti materiali di un oggetto dice che:
  • Le componenti materiali di un oggetto non sono le sole ad essere "possedute". A prescindere dalle componenti formali primarie e dalle relazioni di proprietà tra di esse e l'Intero, in un oggetto composto si possono distinguere le più svariate relazioni di proprietà tra le pareti da esso possedute. Tali relazioni sono le componenti formali secondarie dell'oggetto. Tra i loro termini no compare mai l'oggetto come intero, ma sempre e solo parti di esso. Tra di esse si distinguono le seguenti relazioni:
  • Relazioni tra componenti formali primarie dove tutte le relazioni di proprietà di uno stesso oggetto hanno un termine in comune (l'oggetto stesso visto come intero ?) . Un'altra relazione appartenente a questo gruppo è quello di dipendenza causale in cui una relazione di proprietà può stare in relazione con un'altra dello stesso oggetto. ad es. l'oggetto che ha la proprietà espressa nel teorema di Pitagora per il fatto che l'oggetto 'triangolo retto' ha tre lati ed un angolo retto. Queste componenti formali secondarie sono della massima importanza per la conoscenza degli oggetti di rappresentazione e il tentativo che ogni scienza compie di scoprire il maggior numero di tali relazioni, i cui termini sono a loro volta relazioni di proprietà. A sua volta, la totalità delle relazioni di proprietà da cui si possono derivare per dipendenza causale tutte le altre relazioni di proprietà di un oggetto, si designa come l'essenza di un oggetto.
  • Hofler dice pure qualcosa di analogo, ma egli comprende come proprietà delle cose le loro stesse qualità che però non possono stare tra loro in una relazione di dipendenza causale. Da un angolo retto di un triangolo piano non segue nulla per questo stesso triangolo. Solo dal fatto che questo triangolo "ha un angolo retto" ne consegue il fatto di avere la peculiarità espressa nel Teorema di Pitagora.
  • Le relazioni tra componenti formali primarie possono essere anche di comparazione in quanto tutte le componenti materiali dell'oggetto possono essere possedute da esso o nello stesso modo o in modo diverso. A seconda della natura delle componenti materiali e del genere di composizione in un oggetto unitario così condizionato, possono svilupparsi le più diverse componenti formali secondarie del secondo grado. Tutte queste componenti formali secondarie sono tali in senso proprio perchè hanno luogo tra le componenti formali primarie. E' evidente che anch'esse si dividono a loro volta in componenti secondarie o più lontane (di secondo, terzo ordine...) , se le relazioni tra le componenti formali primarie sono a loro volta composte.
  • In secondo luogo (oltre alle relazioni tra componenti formali primarie) ci sono relazioni tra componenti materiali per le quali in un caso la loro natura dipende dalle componenti formali primarie (ad es. ci sono relazioni che appartengono alle parti di un oggetto come tali proprio in quanto sono parti). In un altro caso ci sono relazioni che appartengono alle parti dell'oggetto a prescindere dal fatto di essere parti e che sussistono egualmente se le parti di un intero sono rappresentate come oggetti indipendenti.
  • Una componente formale secondaria del primo tipo sarebbe la posizione reciproca dei tre lati di un triangolo : i tre lati sono le componenti materiali del triangolo e come tali hanno tra loro una certa relazione posizionale. Anche la relazione tra la lunghezza dei lati per cui due lati presi insieme sono maggiori del terzo è una relazione tra le componenti materiali del triangolo che inerisce loro nella misura in cui esse sono possedute come parti dell'oggetto chiamato "triangolo": la stessa relazione può sussistere anche se i tre lati non sono uniti a formare un triangolo, ma essa è certamente la condizione di tale unione. Ciò che invece appartiene interamente al secondo gruppo di componenti formali secondarie è la relazione diuguaglianza dei tre lati di un triangolo equilatero. Relazioni del secondo genere determinano la forma dell'unione delle parti materiali di un intero solo in una maniera più impropria e per questo le si chiamano componenti formali secondarie in senso improprio.
  • Con ciò non si esauriscono le componenti formali secondarie di un oggetto. Le relazioni citate infatti possono essere termini di ulteriori relazioni. La condizione secondo cui i tre lati di un triangolo stanno nella relazione a+b>c è a sua volta una relazione tra le relazioni di proprietà che uniscono i lati a formare un triangolo e le componenti formali secondarie che sussistono tra i lati.
  • Esistono poi relazioni tra componenti secondarie stesse di un oggetto, ad es. le relazioni di grandezza tra gli angoli di un triangolo, dal momento che gli angoli non sono nient'altro che l'espressione della relazione di reciproca posizione tra i lati di un triangolo.
  • Inoltre le componenti materiali si possono a loro volta scomporre e così si potranno trovare in ciascuna componente del primo ordine tutte le relazioni menzionate dal momento che questa componente concepita come oggetto, ha le componenti del secondo ordine analogamente a come le componenti del primo ordine sono possedute dall'intero ed in quanto anche le componenti formali secondarie si presenteranno in modo corrispondente. Ma nel contempo le componenti materiali del secondo ordine di un oggetto stanno in determinate relazioni con quelle del primo ordine. Le relazioni di proprietà tra l'intero e le parti più vicine e quelle con le parti più lontane, sono a loro volta termini di un certo numero di relazioni. Tali relazioni sono pure termini di relazioni, come pure quelle che hanno luogo tra le relazioni formali secondarie di primo grado (che hanno come termini le componenti materiali del primo ordine) e le relazioni formali secondarie di secondo grado.
  • Il numero delle componenti formali di un oggetto è determinato dal numero delle sue componenti materiali, ed è determinabile (a livello teorico) se è determinabile tale numero di componenti materiali.

Le osservazioni che si possono fare a tale proposito sono le seguenti:

  1. La relazione tra "il triangolo ha tre lati ed un angolo retto" e le proprietà espresse dal teorema di Pitagora non è causale, ma logica.
  2. L'essenza di un oggetto ha un rapporto privilegiato con le componenti formali secondarie ?
  3. Per quanto riguarda la critica ad Hofler, Twardowski non tiene conto del fatto che l'angolo retto non è una qualità del triangolo così come lo è il rosso. Inoltre "l'avere un angolo retto" è una proprietà, ma la proprietà non indica anche il termine subordinato della relazione ? Ed allora l'angolo retto non è pure una proprietà ?
  4. La relazione di uguaglianza tra tre lati di un triangolo non è legata all' "esser lati di un triangolo equilatero" ? La distinzione delineata da Twardowski non è così rigorosa ed univoca.
  5. La relazione tra la lunghezza dei lati, per cui due lati insieme sono maggiori del terzo è al tempo stesso una componente formale di secondo grado e una relazione tra una componente formale secondaria ed una relazione di proprietà. Tale duplice veste come si spiega ? Al tempo stesso un angolo è una qualità del triangolo ed una componente formale secondaria.
  6. Il numero degli elementi è infinito, ma il numero delle loro relazioni è un infinito di grado maggiore.

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Twardowski e le componenti formali dell'oggetto

Twardowski poi parlando delle componenti formali dell'oggetto distingue tra
  • Relazioni tra singola componente ed oggetto come intero (componenti formali primarie)
  • Relazioni reciproche tra singole componenti.
  • Vi sono però a loro volta due tipi di relazione tra le parti e l'Intero: il primo tipo comprende le relazioni per cui le parti sono parti di quest'Intero. Si tratta di quella relazione causale per cui l'Intero tiene unite le parti in cui c'è un'interazione vera e propria : le parti costituiscono l'Intero e l'Intero ha delle parti.
  • L'altro tipo di relazione ha come termini le parti e l'oggetto come un intero dove l'Intero è maggiore delle sue singole parti e l'oggetto come intero è simile o dissimile alle sue parti sotto vari aspetti. Tra l'oggetto e le sue parti v'è coesistenza, ma vi può essere anche successione (se l'Intero è un cambiamento, una durata). Queste sono componenti formali primarie in senso improprio dell'oggetto.
  • Componenti formali in senso proprio ed improprio sono in rapporto tra loro e dunque generano relazioni di secondo grado (relazioni tra relazioni) etc.
  • Le componenti materiali primarie a loro volta composte contengono componenti formali primarie (essendo esse un tutto in rapporto con le parti). Dunque si hanno componenti formali primarie di diverso grado (a seconda che si riferiscano alle componenti materiali di primo, secondo etc ordine) . Componenti formali più distanti sono quelle che risultano dall'analisi delle componenti formali più vicine.
  • In genere le relazioni si presentano come qualcosa di semplice. Ma quando l'analisi è possibile, la relazione composta non si mostra costituita da quelle relazioni che avrebbero gli stessi termini di ogni siffatta relazione : l'analisi della relazione composta comporta l'analisi di uno o di entrambi i suoi termini.
  • Il primo è la relazione causale: Un insieme U di fatti u1, u2, u3.... si designa come la causa dell'inizio W di un processo e W si designa come effetto di U, se nell'istante in cui l'insieme [ u1, u2, u3...] diviene completo, W si verifica necessariamente. I tal caso la relazione causale risulta dall'analisi di uno dei suoi termini. Al posto della causazione di W mediante U, si pone la dipendenza di W da u1, u2, u3.... Tale secondo caso ha luogo nelle relazioni di similitudine, laddove la relazione stessa viene concepita come identità parziale. Diciamo che A (abcde) è simile a B (abcdf) e constatiamo con ciò una relazione tra A e B che si può risolvere in tre relazioni di identità i cui i termini sono a, b, c.
  • Queste relazioni di identità sono relazioni del secondo ordine (formali e materiali) e non di secondo grado. Ad es. le relazioni tra l'intero e le sue componenti materiali del primo ordine si risolvono in tante relazioni tra l'intero e le sue componenti materiali del secondo ordine.
  • Tutte le relazioni di diverso grado ed ordine possono stare e staranno tra loro in nuove relazioni (di secondo, terzo... grado). Ciò sarà possibile in due modi. O i termini di queste relazioni sono costituiti da relazioni che appartengono allo stesso grado o a un grado differente, oppure i termini delle nuove relazioni apparterranno l'uno ad una relazione di n-ordine, l'altra ad una relazione di n-grado.
  • Le stesse componenti formali primarie presentano nel loro insieme una grande varietà. Secondo la natura delle componenti materiali saranno differenti il modo in cui esse formano l'intero ed il modo in cui l'intero le possiede. A tal proposito Sigwart dice bene che produce confusione il fatto che ogni cosa venga espressa come un aggregato di qualità (A=abcd), come se questa giustapposizione fosse l'espressione di una forma di connessione sempre uguale. Sigwart ha ragione nel dire che si tratta di una specie di sintesi differente e tuttavia riguarda il genere.
  • In questo senso, ogni oggetto composto è funzione delle sue parti e cioè O= f(P1, P2, P3...) dove con P si intendono le componenti materiali di primo ordine (le sue parti) . Il modo in cui esse sono contenuto sarà differente (come vuole Sigwart) e designabile come f, F, phi. Il segno di funzione indica il fatto che le parti sono contenute nell'intero, il fatto che l'intero ha le parti e che le parti formano l'intero. Se l'oggetto può essere analizzato in componenti materiali più distanti e se P1, P2, P3 sono a loro volta oggetti composti, alla prima formula dovranno seguire formule esplicative tipo O1 = P1 = f1 (p1, p2....) ; O2 = P2 = f2 (ph1, ph2) etc etc.
  • Inoltre la relazione tra Intero e parte è problematica giacchè l'Intero è già intero di parti per cui uno dei termini è già contenuto nell'altro e la relazione di una singola parte con tutte le altre parti non è sostitutiva della relazione Intero-parte (tale tema fu anticipato da Roscellino che diceva che non si può dire che una cosa sia costituita di parti e ch ci sia una relazione tra intero e parti, giacchè ci sarebbe una relazione tra una parte e se stessa)
  • Un nome per la relazione Intero-parti sarebbe quello di "proprietà". Proprietà non è come qualità (che definisce solo un termine della relazione) . Esso indica tradizionalmente sia uno dei termini della relazione (la proprietà) sia la relazione (relazione di proprietà), così come "possesso", "conseguenza", "rappresentazione", "designazione", gli ordinali quando indicano sia l'intervallo che il termine dell'intervallo.
  • Nel linguaggio scientifico "proprietà" indica la parte metafisica di un oggetto (es. il colore), la qualità che è distinguibile ma non separabile dall'oggetto stesso. ma si può proporre di indicare con essa qualsiasi relazione tra Intero e parti. In questo senso tanto "l'avere come parte 'reggimenti' e 'soldati' " è proprietà dell'esercito, tanto il consistere di minuti è proprietà dell'ora, tanto la colorazione e la tridimensionalità sono proprietà di un corpo.
  • Dunque le componenti formali primarie di un oggetto sono le sue proprietà. A loro volta, tali relazioni di proprietà sono componenti formali, ma sono anche parti dell'intero possedute dall'oggetto, come le componenti materiali. In questo caso ne deriva una complicazione infinita, in quanto tali seconde componenti formali primarie sono ugualmente possedute dall'oggetto. Forse in questo inscatolamento reciproco ed infinito sta la chiave per risolvere la questione della natura della relazione Intero/parti. Bisogna dunque, conclude Twardowski tenere conto di queste componenti formali primarie che noi designiamo come proprietà degli oggetti o come relazioni di proprietà

Le considerazioni che possono essere fatte su queste tesi di Twardowski sono le seguenti:

  1. Io invertirei l'ordine delle componenti primarie formali : a mio parere quelle che Twardowski considera improprie sono quelle logiche (ad es. ' l'Intero è simile alle sue parti' ) , mentre quelle di tipo causale sarebbero più spurie.
  2. Si potrebbe fare in questo modo : c'è una relazione (componente) formale immanente che è quella di interdefinibilità tra Intero e parti , che è una relazione la quale una volta esplicitata porta ad un inscatolamento (come lo definisce Twardowski) infinito. Ci sono poi relazioni (componenti) formali strutturali (maggiore/minore, simile/dissimile) e poi relazioni (componenti) materiali che quindi non vanno indicate come componenti formali (ad es. la causalità) e vanno studiate da scienze diverse dall'ontologia. La descrizione della causalità pertiene all'ontologia filosofica, mentre la descrizione dei diversi legami causali pertiene alle singole scienze)
  3. L'analisi di una relazione porta spesso all'individuazione di un'altra relazione da parte di un termine (o di entrambi) della relazione stessa : ad es. la relazione tra padre e figlio rimanda alla relazione tra marito e moglie.
  4. L'analisi della relazione porta dalla relazione causale (dinamica e materiale) ad una dipendenza funzionale (atemporale e formale) . Twardowski parla di causa ma intende un insieme di fattori causali che costituiscono lo stato precedente l'evento (effetto).
  5. Interessante la distinzione tra relazioni di diverso ordine forse ripresa da Carnap nella definizione delle relazioni fondamentali.
  6. Chiamare proprietà la relazione tra Intero e parti riporta tale relazione a quella tra sostanza ed accidente, e ciò non consente di conservare il ruolo dialettico della relazione stessa. La relazione rimane univocamente asimmetrica, mentre nella relazione Intero/parte c'è anche della simmetria. Il termine "proprietà" sconta l'ambiguità (anche questa asimmetrica) di definire sia la relazione che uno solo dei termini di essa.
  7. Il colore è immediatamente la proprietà di un corpo, mentre "l'avere come elementi i soldati" è proprietà di un esercito e non immediatamente i soldati stessi, mentre "l'essere consistente di minuti" è ancora un altro tipo di proprietà (una cosa è "l'avere..." ed un'altra è "l'essere consistente di..."; si può non avere x senza perdere la propria consistenza, ma non si può perdere ciò di cui si è consistenti senza perdere al contempo la proprie esistenza ).
  8. Twardowski vorrebbe dire che la proprietà di un oggetto è una relazione interna di un oggetto con uno dei suoi componenti ?

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La parte e l'Intero in Twardowski

Twardowski poi si occupa della relazioni tra l'intero e le parti all'interno del contenuto e dell'oggetto. Egli dice che:
  • Quando si parla delle parti di un oggetto composto, si prende in considerazione non solo le parti comunemente dette, ma anche le relazioni tra le parti.
  • A tal proposito, designiamo come "materia" la totalità delle parti di un oggetto e designiamo come "forma" la totalità delle relazioni tra le parti.
  • Una completa teoria delle relazioni dovrebbe descrivere e classificare i modi in cui qualcosa è parte di un intero e come un intero sia costituito di parti. Ma quel che interessa alla presente indagine è quello che è comune a tutti i tipi di 'parti' ed alle forme di ciò che è composto di parti, vale a dire il tipo che sta a fondamento dei modi più diversi in cui un intero può essere composto. Per fare questo non serve l'origine genetica del composto o il modo in cui un composto si forma a partire da ciò che è semplice.
  • La parola "parte" deve essere intesa in senso ampio : cioè come tutto ciò che si può distinguere nell'oggetto indipendentemente dal fatto che si possa parlare di scomposizione reale o analisi mentale.
  • A tal proposito si dovrà innanzitutto distinguere tra quelle parti materiali di un intero che sono semplici e quelle che si possono a loro volta scomporre in parti. In questo secondo caso ne risulta una differenza tra parti più vicine e parti più lontane che permettono la distinzione in componenti materiali del primo, secondo ordine etc.
  • Se si scompone un libro, le pagine e la copertina sono le componenti materiali del primo ordine, mentre il colore delle pagine e della copertina, la facciata, il retro e il dorso sono componenti materiali del secondo ordine. La differenza tra i diversi ordini delle componenti materiali è relativa : infatti se si scompone un'ora in minuti e questi in secondi, i secondo sono componenti del secondo ordine, ma le ore si possono dividere direttamente in secondi ed allora questi sarebbero componenti del primo ordine.
  • Non accade così nei casi in cui le parti più lontane si possono ottenere solo dopo l'avvenuta scomposizione dell'intero nelle sue parti più vicine. Ad es. si esita a designare le finestre delle case come parti di una città, anche se sono le parti più lontane di questa. Esse possono essere ottenute solo dopo che la scomposizione del collettivo "città" ne ha fatto scaturire le parti più vicine (le case) . A questo proposito c'è l'accezione per cui i corpi sono detti costituiti da atomi, anche se sono primariamente costituiti da molecole.
  • Malgrado tale eccezione, la relazione che sussiste tra le componenti più vicine e quelle più lontane di un oggetto rispetto all'oggetto intero sembra adatta a servire da principio di classificazione delle possibili componenti di oggetti e tale principio offrirebbe una garanzia per la completezza dell'enumerazione. La filosofia antica accennò a tale argomento parlando di parti omonime con l'Intero e parti non omonime con l'Intero. Questo può essere principio di suddivisione, ma la divisione principale è tra parti semplici e parti composte.
  • Esistono poi componenti materiali come l'estensione, la quale è sempre componente dell'oggetto esteso in un solo e medesimo modo, mentre altri componenti materiali come "rosso", sono componenti di un oggetto in modi differenti.
  • C'è poi una terza suddivisione di componenti per la quale queste si suddividono in quelle che possono esistere di per (anche separate dall'intero di cui sono componenti) , quelle la cui esistenza è legata ad altre , senza che però l'esistenza di queste altre componenti sia condizionata da quelle, e quelle infine che sono reciprocamente dipendenti l'una dall' altra. Tale suddivisione però presuppone l'esistenza non ideale delle parti di un tutto.

Sulle tesi di Twardowski vale la pena dire quanto segue:

  1. Le relazioni tra parti hanno comunque un livello di esistenza diverso da quello delle singole parti.
  2. La materia è l'insieme non esplicitamente strutturato delle parti di un oggetto composto. La forma è invece il complesso strutturato delle relazioni tra le parti di un oggetto composto.
  3. In primo luogo il colore del frontespizio è componente materiale di terzo ordine. Si può accedere direttamente da un intero ad una componente di secondo ordine se intero e parti sono tra loro omogenei. Se invece i componenti di primo grado sono non solo insiemi, ma complessi di componenti di secondo grado, gli interi non possono essere direttamente costituiti da componenti di secondo grado (il caso di finestre e città).

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